FT – Draghi persona dell’anno

Mario Draghi - 2012

Mario Draghi – FT 2012

FT – Persona dell’anno: Mario Draghi,
‘Whatever it takes’: l’italiano determinato a salvare l’euro
13 dicembre 2012

Lionel Barber e Michael Steen

Alla vigilia dei Giochi Olimpici 2012, Mario Draghi si è trovato nella cornice estiva della Lancaster House, nel cuore del quartiere reale di Londra. Era nel panel di un evento ufficiale per attrarre investimenti esteri nel Regno Unito. Ma il presidente della Banca centrale europea aveva cose più gravi in mente.

La moneta unica europea si stava disintegrando, con oneri finanziari alle stelle in Grecia, Spagna e Italia, il paese di origine di Draghi. Dilagava la speculazione che la zona euro fosse destinata al break-up, con incalcolabili conseguenze finanziarie e politiche. Era giunto il momento di tracciare una linea nella crisi.

“All’interno del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro”, pausa ad effetto: “E credetemi, sarà sufficiente.” (Discorso di Londra, 26 luglio 2012)

I consiglieri di Draghi erano stati avvertiti che si stava preparando a fare una dichiarazione esplicita, ma nessuno era stato informato delle parole esatte. In retrospettiva, la dichiarazione di luglio – una sfida ai mercati finanziari a mettere alla prova la potenza di fuoco illimitata della BCE – potrebbe essere vista come un punto di svolta nei tre anni di crisi.

“Quello che ho pensato è che i mercati dovevano sapere qual era la nostra posizione” ricorda Draghi, 65 anni, in un’intervista al Financial Times nel suo ufficio al 35° piano della sede di Francoforte della BCE. Alla domanda se avesse provato la sua pausa, ride. “No, io non sono poi così teatrale.”

L’impatto di quelle due brevi frasi è stato immediato – e durevole. Il suo ruolo centrale nella crisi dell’euro – la più grande storia del 2012 – gli ha fatto guadagnare il voto del FT come Person of the Year. Altre figure, in particolare il cancelliere tedesco Angela Merkel e Mario Monti, il primo ministro uscente italiano, hanno svolto ruoli vitali. Ma Draghi è stato il protagonista di primo piano, la persona che ha spinto con insistenza i governi e le banche centrali a sostenere le misure necessarie per preservare l’euro.

Draghi ha costruito le sue competenze nel corso di una carriera variegata: banchiere centrale, economista, banchiere commerciale (Goldman Sachs) e public servant-cum-diplomat. E’ prima di tutto uno stratega che riflette profondamente sui problemi e, una volta raggiunta una convinzione, è difficile da smuovere. E’ stato più audace del suo predecessore, Jean-Claude Trichet.

Con Jean-Claude Trichet la BCE ha reagito più velocemente della Banca d’Inghilterra e della Federal Reserve nella prima fase della crisi finanziaria globale, nell’estate del 2007, quando i mercati del credito si sono congelati; ma il francese in seguito si è trovato circondato dalla Bundesbank, la banca centrale tedesca implacabilmente ostile verso i peccati gemelli del debito e dell’inflazione.

Draghi è succeduto nell’incarico a Jean-Claude Trichet poco più di un anno fa. All’epoca disse agli amici che, nonostante la formidabile volontà politica dietro la moneta unica, il suo successo era tutt’altro che garantito. Anche lui era preoccupato per la posizione della Bundesbank e dell’opinione pubblica tedesca in generale. Ma era deciso a dare il meglio di sè.

Combattere i ‘rischi di coda’

La sua prima mossa è stata l’introduzione delle Longer-Term Refinancing Operations (LTROs) per le banche. Come egli afferma, le LTROs  (in due fasi, nel dicembre 2011 e nel febbraio 2012) hanno eliminato il rischio di una crisi bancaria per mancanza di liquidità. Fornendo liquidità a breve termine per un massimo di tre anni, la BCE ha contribuito a ridurre gli spread nei mercati del debito sovrano e dei derivati.

L’iniziativa ha calmato le preoccupazioni del mercato per le banche, ma non ha affrontato l’altra grande faglia della zona euro: il crescente differenziale negli oneri finanziari tra i paesi debitori colpiti dalla crisi (Grecia, Spagna, Italia, Cipro) e i paesi creditori guidati dalla Germania. Nella primavera del 2012, questi spread erano diventati una minaccia per la solvibilità, aggravata dal “rischio di coda” (tail risk) di rottura della zona euro, con la Grecia come primo paese candidato ad uscire.

Di fronte a questo scenario catastrofico, Draghi e lo staff della BCE hanno messo a punto una nuova strategia di salvataggio: le Outright Monetary Transactions (OMTs). Anche se nessuno dei paesi debitori ne ha finora fatto richiesta – preferendo evitare le condizioni di bilancio che sarebbero obbligati a seguire – il loro effetto è stato un calo drammatico degli oneri finanziari per i paesi periferici e una rinnovata fiducia che l’euro possa sopravvivere e che sopravviverà.

Nell’ambito del programma OMTs, la BCE promette di intervenire per acquistare quantità illimitate di titoli di stato con scadenza inferiore a tre anni di qualsiasi paese in difficoltà sul mercato secondario delle obbligazioni sovrane. I paesi devono prima chiedere aiuto al fondo di salvataggio della zona euro, lo European Stability Mechanism (ESM), e accettare le condizioni fiscali. Altrettanto importante, prima di fare acquisti, la BCE deve valutare indipendentemente che gli oneri finanziari siano distorti a causa di speculazioni sulla rottura dell’euro.

Le OMTs affinano il programma di acquisto di titoli dell’era Trichet, il Securities Market Programme (SMP, anch’esso accolto con dure critiche da parte dei tedeschi). Ma mentre l’SMP era limitato e incondizionato, le OMTs sono condizionate e illimitate – un’innovazione cruciale, che in Germania ha prodotto una reazione feroce, orchestrata in gran parte dalla Bundesbank e dal suo presidente, Jens Weidmann, che siede anche nel Consiglio direttivo della BCE.

Draghi è troppo diplomatico per mettersi a criticare Weidmann direttamente, ma nelle settimane precedenti l’annuncio del 6 settembre del programma OMT, fece la mossa senza precedenti di rendere noto che il presidente della “BuBa” aveva riserve sul piano. Weidmann è stato il solo a votare contro la decisione e successivamente ha continuato una campagna pubblica in Germania, a un certo punto citando il Faust di Goethe, dove Mefistofele incoraggia l’Imperatore del Sacro Romano Impero, fortemente indebitato, a stampare denaro senza avere riserve in oro, provocando quindi iperinflazione.

L’immagine, ovviamente, evoca i fantasmi della Germania degli anni 20 del secolo scorso. Il fatto che la BCE – modellata nel trattato di Maastricht del 1992 sul profilo della cultura anti-inflazione della Bundesbank – sia ora impegnata ad acquistare titoli di paesi fortemente indebitati è considerato in Germania come un tradimento. La Bild Zeitung, il tabloid tedesco che una volta era così innamorato di Draghi da presentarlo con un elmetto prussiano, ora tuona che la BCE ha firmato “un assegno in bianco” ai paesi debitori.

Una voce potente, tuttavia, è rimasta in silenzio: la Merkel. Preoccupata dell’opinione pubblica tedesca in vista delle elezioni del settembre 2013 e del rischio di inimicarsi l’autorevole Bundesbank, la cancelleria tedesca si è mossa su una linea sottile. E’ stata irremovibile sul fatto che gli aiuti finanziari ai paesi debitori devono essere subordinati a condizioni. Essi devono “fare i compiti a casa” in termini di riforme strutturali e di riduzione dei deficit di bilancio. Ma di fronte alla minaccia di un break-up dell’euro, ha svoltato verso Draghi.

Draghi insiste nel ribadire che non ha preparato il terreno per le OMTs con la cancelleria di Berlino e non ha consultato le capitali europee prima del suo impegno col “whatever it takes”. “La decisione è stata presa in totale e piena autonomia”, dice.

Fatto cruciale, Draghi ha convinto Angela Merkel e gli altri colleghi del comitato esecutivo – e in particolare i banchieri centrali olandese e finlandese – che il programma di acquisti della BCE era sia condizionato che compreso nell’ambito del mandato della BCE. Esso mira, nelle sue parole, a combattere la “frammentazione finanziaria” all’interno della zona euro. Prima delle OMTs, gli speculatori che andavano short sull’euro giocavano su una scommessa a senso unico: continuando a far salire i rendimenti dei titoli dei paesi debitori, l’euro sarebbe arrivato alla rottura. Il processo si avvitava in un circolo vizioso.

L’abilità di Draghi nell’ottenere la fiducia di Angela Merkel e, almeno per ora, dei mercati finanziari è impressionante. Alcuni fanno risalire la sua determinazione d’acciaio al disagio emotivo che ha subito nei suoi primi anni di vita. Nato e cresciuto a Roma, entrambi i suoi genitori sono morti quando era ancora un adolescente, lasciandolo alle cure di una zia. Ha frequentato una scuola di gesuiti e l’università La Sapienza di Roma, poi è andato al Massachusetts Institute of Technology per il suo dottorato di ricerca in economia.

Determinazione diplomatica

Anni più tardi, dopo un decennio al Tesoro italiano, è stato a capo della Banca d’Italia, dove ha trascorso gran parte del suo mandato avendo a che fare con la figura scivolosa di Silvio Berlusconi come primo ministro. In Italia l’abilità politica del banchiere centrale è molto ammirata. “Mario Monti è cattolico, Mario Draghi è il Papa”, dice un amico di entrambi.

Quindi, Draghi passerà alla storia come l’uomo che ha salvato l’euro? “A mio avviso quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui è stato rilanciata una visione a lungo termine per l’euro e l’eurozona” dice lui. Ma altri interventi sono stati vitali, in particolare il Summit europeo di giugno. “Per la prima volta in molti anni, [i leaders] hanno strutturato una visione a medio termine per una vera unione economica e monetaria su quattro pilastri: l’unione fiscale, la c.d. unione bancaria, l’unione economica e l’unione politica”.

L’accordo di questa settimana sull’unione bancaria e un ruolo di supervisore per la BCE sono un ulteriore passo avanti. Più in generale, dice, le riforme strutturali contribuiscono a ridurre i disavanzi delle partite correnti e restringono i divari di competitività tra i paesi dell’eurozona. Anche se la BCE ha tagliato le sue previsioni di crescita per il 2013, Draghi insiste che l’austerità può funzionare.

“Mollare adesso, come alcuni sostengono, equivarrebbe a sprecare i grandi sacrifici fatti dai cittadini europei”, dice. E non lascia spazio al suggerimento che i paesi in surplus come la Germania inflazionino un po’ del loro vantaggio competitivo. “L’inflazione non è uno strumento di politica monetaria; non si gioca con l’inflazione”.

Draghi ammette che la crisi è stata segnata dal fatto che i governi sentono meno l’urgenza di agire quando la pressione del mercato si allontana. Il programma OMTs, paradossalmente, alimenta questo circolo vizioso. Comunque i rendimenti dei titoli italiani a due anni sono scesi da un picco di luglio del 5,3 per cento a poco più del 2 per cento. I loro equivalenti spagnoli sono scesi da oltre il 7 per cento a poco meno del 3 per cento.

Nel complesso, c’è la sensazione che Draghi – qualunque sia la sua preoccupazione di future minacce per l’euro, come l’incertezza in Italia dopo le dimissioni annunciate da Monti o le agitazioni popolari in Grecia – creda fermamente nel costante progresso dell’Europa e in una sempre maggiore condivisione di sovranità tra le nazioni della zona euro.

Verso la fine di un’ora di colloquio, Draghi ci offre una citazione stampata di Zygmunt Bauman, il sociologo polacco: “Ogni casa [europea] è molto più a rischio di perdere la sua identità specifica se è esposto senza protezione, cioè senza questo scudo europeo”.

L’argomento è: i paesi fortemente indebitati hanno già perso una parte della loro sovranità, perché hanno perso il potere sulle loro politiche economiche. “Condividere regole comuni per loro significa in realtà riconquistare la sovranità in modo condiviso, piuttosto che pretendere di avere ancora una sovranità che hanno perso molto tempo fa”, dice Draghi.

Potrebbe essere più difficile da spiegare in Germania. Ha conquistato l’opinione pubblica tedesca? “Non lo so. Ma so che abbiamo il dovere di spiegare, e siamo davvero molto, molto impegnati su questo fronte”.

C’è mai stato un momento nel 2012, quando, in mezzo a tutta la pressione, ha avuto un senso di sollievo? Sorride. “C’è stato un momento del genere?”. In ogni caso, soffermarsi sul passato non è ciò che anima Draghi. “Non è il mio modo di funzionare. Io guardo avanti. ”


Fonte: Financial Times

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