Dominanza sulle (o delle) banche centrali?

The politicisation (or not) of central banks,
Financial Times 9 gennario 2013
Gavyn Davies.

Nel dibattito macroeconomico si sta ora parlando di “dominanza politica” (political dominance) sulle banche centrali, dominanza cioè dei politici eletti che costringono i banchieri centrali a intraprendere azioni che questi non avrebbero scelto di compiere, se lasciati decidere liberamente [1]. Questo è chiaramente ciò che sta accadendo in Giappone, dove il governo entrante di Shinzo Abe, non solo sta imponendo un nuovo obiettivo di inflazione alla Banca del Giappone (il che è legittimo), ma sta anche cambiando la direzione della banca centrale per garantire che la BoJ (Bank of Japan) adotti politiche monetarie che si adeguino alle scelte di politica di bilancio del governo. Questa non è solo dominanza politica, è dominanza fiscale, in cui la politica monetaria è subordinata alle decisioni di coloro che definiscono la politica di bilancio.

Ci sono stati anche alcuni primi segnali di dominanza politica o fiscale emergenti altrove, in particolare l’uso del bilancio della BCE per finanziare le operazioni transfrontaliere di sostegno finanziario della zona euro, e il “coupon raid” condotto dal Tesoro britannico sulla Banca d’Inghilterra. Molti investitori ne hanno concluso che è attualmente in atto una tendenza irresistibile a scardinare l’indipendenza della banca centrale in tutto il mondo sviluppato, permettendo ai politici di ampliare la politica di bilancio, e allo stesso tempo di inflazionare il peso del debito pubblico.

A me pare che questa sia una conclusione molto prematura. Mentre non si può negare che questo sia davvero l’obiettivo perseguito in Giappone, nel resto del mondo sviluppato sembra accadere l’esatto opposto.

Perché molti economisti ritengono che sia ormai inevitabile un controllo politico più forte sulle banche centrali? Le ragioni ricadono in due categorie principali.

In primo luogo, si sostiene che le banche centrali operano ormai ben oltre il regno della politica monetaria tradizionale, avendo attraversato il confine che porta in un territorio che, nelle democrazie occidentali, è sempre stato considerato chiaramente “politico”. Questo territorio comprende l’allocazione del credito tra i diversi settori, la distribuzione del reddito tra le generazioni e il destino delle singole imprese private nel settore finanziario. Dal momento che questo è di fatto avvenuto in modo importante dopo la crisi finanziaria, si sostiene che è inevitabile un ritorno di controllo politico su queste decisioni.

Questi argomenti si trovano lungo tutto lo spettro dell’economia. Ad esempio, Joseph Stiglitz, un importante keynesiano che non ha mai creduto nell’indipendenza delle banche centrali, ha detto la settimana scorsa che è “inconcepibile che un tale potere sui cordoni della borsa venga dato a un corpo non elettivo”, e ha fortemente criticato la Fed di New York per aver salvato i suoi costituenti nel sistema bancario a condizioni favorevoli nel 2008.

Nel frattempo, John Cochrane, della scuola di Chicago del libero mercato, ha sostenuto che ora la Fed è onnipotente, al punto che non sarà possibile evitare che faccia direttamente allocazione di credito d’imposta e metta a rischio il denaro dei contribuenti, portando così la politica monetaria nell’arena politica. Cochrane sembra rammaricarsene, forse preferendo una Fed meno potente, che possa perseguire la tradizionale politica monetaria fuori dal controllo politico, ma pensa che il controllo del Congresso sulla Fed come attualmente costituita sarà inevitabile.

Questi argomenti paiono sensati dal punto di vista della teoria politica, ma vorrei ricordare che nessuna delle recenti azioni delle banche centrali, compresi i salvataggi delle banche del 2008 e il successivo allentamento del credito, sono avvenuti contro la volontà di funzionari eletti, come ad esempio il segretario al Tesoro Usa, il cancelliere britannico, o una chiara maggioranza al Congresso. Di conseguenza ci sono davvero pochi indizi che il processo politico veda l’urgente necessità di riaffermare un qualche controllo sui banchieri centrali in queste aree. Ovviamente, l’atteggiamento potrebbe cambiare se i banchieri centrali dovessero diventare più falchi, in modi che si rivelassero politicamente impopolari, ma ad oggi ci sono pochi segnali che questo stia per accadere.

La seconda ragione che viene portata per sostenere l’inevitabilità del controllo politico sulle banche centrali riguarda il rapporto tra politica fiscale e monetaria. (Si veda ad esempio Paul McCulley e Zoltan Pozsar) L’argomento suona come segue. Al fine di ripristinare la crescita del PIL, a sua volta necessaria per abbattere il rapporto dell’indebitamento pubblico e privato sul PIL, i politici decideranno di stimolare l’economia con politiche fiscali espansive. Se il conseguente aumento del deficit di bilancio venisse finanziato con vendita dei titoli di stato al settore privato, ci sarebbero problemi con i tassi di interesse più elevati e la fiducia del pubblico potrebbe essere erosa dall’aumento del rapporto  debito pubblico/PIL. Quindi i politici “ordineranno” alla banca centrale di espandere la base monetaria per finanziare il deficit di bilancio. Questo manterrà basso il rapporto debito pubblico/PIL, e se provocherà un aumento dell’inflazione, questo potrebbe essere un effetto collaterale benvenuto. Qualsiasi altro modo di risolvere la crisi del debito, si sostiene, sarebbe politicamente ed economicamente più doloroso, quindi i politici e i loro elettori seguiranno inevitabilmente il percorso di minor resistenza.

Questo è ora accaduto in Giappone, ma ci sono voluti ben due decenni di attività economica in declino per arrivarci. E mentre l’esito di questo tentativo in Giappone avrà presumibilmente effetti potenti sull’opinione  in altre parti del mondo, la situazione attuale è ben lontana dalla dominanza fiscale sui banchieri centrali. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Fed ha, del tutto volontariamente, annunciato un programma di acquisti di obbligazioni senza termine prestabilito, che sarà portato avanti fino a quando la disoccupazione sarà scesa in modo sostanziale. Inoltre, il presidente della Fed ha lasciato intendere che egli pensa che, per un po’, la politica fiscale dovrebbe dare più sostegno all’attività economica.

Non costituisce questo un invito alle autorità fiscali a far registrare temporaneamente disavanzi più elevati, finanziati in larga misura dalla monetizzazione? Invece le autorità fiscali hanno appena annunciato una stretta di bilancio del 1,7 % del PIL nel 2013, e il dosaggio delle politiche nel Regno Unito e nella zona euro non sono dissimili. Questo non corrisponde alla definizione di dominanza fiscale che Thomas Sargent e Neil Wallace hanno introdotto nel loro articolo sul tema (Un po’ di sgradevole aritmetica monetarista, Some Unpleasant Monetarist Arithmetic ) nel 1981. In realtà, sembra più simile a dominanza monetaria.

Paul McCulley ricorda che nel 2003, Ben Bernanke ha sostenuto che ci dovrebbe essere un patto in Giappone, tra due corpi indipendenti, per aumentare il deficit di bilancio ed espandere la base monetaria. Il futuro presidente della Fed disse che “una maggiore cooperazione per un certo tempo tra le banche centrali e le autorità fiscali non è in alcun modo incompatibile con l’indipendenza delle banche centrali, non più di quanto la cooperazione tra le due nazioni indipendenti nel perseguimento di un comune obiettivo è incompatibile con il principio della sovranità nazionale”.

In Europa e in America, sembrano i banchieri centrali a spingere i politici in direzioni non ortodosse, non il contrario. La dominanza fiscale diverrà un grosso problema solo se e quando i banchieri centrali decidessero di rendere la loro politica più restrittiva.

[1] FT Alphaville ha recentemente pubblicato diversi pezzi eccellenti su questo dibattito. Si prega di consultare Izabella Kaminska, David Garcia Keohane e Cardiff Garcia.


Fonte: Financial Times

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