Aggiustamento economico nell’area euro

Aggiustamento economico nell’area euro
Discorso di Peter Praet, membro del comitato esecutivo della BCE,
all’Institutional Money Congress 2013,
Francoforte sul Meno, 27 febbraio 2013

Signore e signori, [1],

Introduzione

Grazie per avermi invitato a condividere con voi alcune riflessioni su quanto è stato fatto e quanto resta da fare per affrontare le sfide economiche della zona euro. Vi offrirò il punto di vista di un banchiere centrale sul ruolo della politica monetaria nella gestione della crisi attuale, ma estenderò il mio discorso anche al più vasto panorama istituzionale, con alcuni pensieri sul contributo che i responsabili di settori diversi dalla politica monetaria potrebbero dare per migliorare la resilienza dell’area euro. Oggi mi concentrerò su tre punti:

In primo luogo, la Banca centrale europea – insieme alle le banche centrali nazionali dell’Eurosistema – ha agito con forza nell’ambito del suo mandato, al fine di contrastare i rischi per la stabilità dei prezzi derivanti dalla crisi. La politica monetaria della BCE durante la crisi ha utilizzato sia gli strumenti standard, come le variazioni dei tassi di interesse, che gli strumenti non-standard per garantire che gli strumenti standard potessero avere gli effetti desiderati.

In secondo luogo, i paesi più in difficoltà della zona euro hanno avviato una correzione delle loro politiche. Questa correzione è dolorosa e richiede perseveranza da parte di tutti i responsabili. Il premio dovrebbero essere risultati positivi già ora in effetti timidamente osservabili.

In terzo luogo, le riforme della governance della zona euro e dell’Unione europea nel suo insieme hanno contribuito a fondare una migliore capacità di performance in futuro, e questo lavoro è ancora in corso.

Una crisi a più livelli

Guardando a come la crisi si è sviluppata dal 2007, può essere utile usare la metafora dell’iceberg. In ogni fase della crisi abbiamo scoperto nuovi livelli, dalla punta visibile dell’iceberg alle pericolose scogliere di ghiaccio che indugiano sotto la superficie – e che, nel contesto economico, sono emerse nelle fasi successive, ogni volta rivelando la crisi come più grande di quanto si pensasse. Questo ha sfidato i responsabili politici a riconoscere le dimensioni reali dei problemi, e ad adeguare di conseguenza la loro risposta.

La punta dell’iceberg – la crisi di liquidità – si rivelò a metà del 2007, quando il mercato statunitense dei mutui, che si trovava alla base di un complesso groviglio di strumenti finanziari derivati di livello globale, ebbe un improvviso calo (down-turn). Questo scatenò il primo caso di ciò che abbiamo in seguito chiamato “congelamento” (frozen) dei mercati interbancari di tutto il mondo, un’estensione della metafora dell’iceberg. La causa sottostante era un picco nella percezione del rischio della controparte (counterparty risk), dovuta alla opacità delle esposizioni al rischio nel mercato dei mutui subprime.

Il secondo livello dell’iceberg – il forte indebolimento della solvibilità delle banche – divenne  evidente in modo clamoroso nel mese di settembre del 2008, col fallimento di Lehman Brothers. Questo evento seminale scatenò un improvviso riprezzamento dei rischi, generando una grave crisi finanziaria. La conseguenza fu un forte calo degli investimenti privati ​​e della domanda dei consumatori, e l’effetto successivo fu una diminuzione considerevole dell’attività economica.

Il terzo livello dell’iceberg – la crisi del debito sovrano – emerse agli inizi del 2010, quando la vera dimensione del divario tra debito ufficiale di alcuni paesi e loro capacità di generare reddito per pagare il servizio del debito divenne chiaro a tutti. In tutta onestà, vi ricordo che le banche centrali in generale e, in particolare la BCE, avevano indicato questo rischio molto prima che la crisi del debito sovrano scoppiasse. Il riprezzamento dei rischi ebbe una escalation, si diffuse dalle banche agli stati e da questi indietro alle banche, riflettendo un  circolo vizioso (negative feedback-loop) tra le banche e il loro rispettivo paese.

Il circolo vizioso era composto da tre elementi, presenti in diversa misura nei paesi colpiti: (i) la solvibilità di alcune banche banche andò sotto pressione a causa della loro elevata esposizione al debito del loro paese d’origine. La perdita di valore dei titoli del debito impose  cancellazioni (write-offs) ed erose il capitale delle banche, (ii) La perdita di valore del mercato dei titoli di Stato drenò la liquidità, dato il diffuso utilizzo di questi titoli come garanzia per il finanziamento nel mercato privato pronti contro termine (private repo market), una fonte primaria dei finanziamenti delle banche, (iii) data la fragilità del sistema bancario, alcuni governi furono costretti a spendere denaro pubblico per mantenere a galla banche altrimenti insolventi.

Questa è stata una vera e propria doppia crisi delle banche e del debito sovrano. Ma non ha colpito tutti i paesi dell’area euro nello stesso modo. Invece della convergenza e dell’integrazione finanziaria che vogliamo vedere in un’unione monetaria, all’interno della zona euro siamo stati testimoni di crescente eterogeneità e frammentazione finanziaria. Inoltre, molti paesi trascurarono la necessità delle riforme strutturali. Per gravi carenze di competitività si erano generati forti disavanzi delle partite correnti. Le tensioni sui mercati finanziari resero più difficile il finanziamento di questi deficit. E questo pose le basi per quello che si spera sia l’ultimo strato dell’iceberg. Nell’estate del 2012 i discorsi fino ad allora blandi di una possibile rottura della zona euro, si tradussero in paura degli investitori, poi in panico, e si manifestarono in quella che noi chiamiamo percezione di un rischio di ridenominazione (perceived redenomination risk), o in altre parole: un ampliamento esorbitante dei differenziali (spread) dei rendimenti sui titoli di Stato emessi dai paesi in difficoltà rispetto a quelli emessi dai paesi del nucleo forte (core) dell’unione monetaria.

La risposta di politica monetaria alla crisi

Permettetemi ora di descrivere in dettaglio come la BCE ha risposto a questi fattori della crisi. Prima di tutto, vorrei sottolineare che noi siamo ben consapevoli sia della potenza che delle limitazioni degli strumenti di politica monetaria. La politica monetaria può contribuire ad addolcire un aggiustamento economico, ma questo può essere fatto solo al fine di realizzare l’obiettivo primario di mantenere la stabilità dei prezzi. La BCE risponde ai sintomi della crisi di instabilità dei prezzi, non alle sue cause di fondo di bilancio e strutturali. Rispetto ai responsabili delle politiche fiscali e strutturali, la politica monetaria può guadagnare tempo per riforme efficaci solo con un certo ritardo, può alleviare la durezza macroeconomica che gli errori politici del passato infliggono ai cittadini, ma non può sostituire le riforme.

La risposta della BCE è consistita in due tipi di misure, standard e non-standard. Le misure standard consistono negli strumenti utilizzati anche prima della crisi per mantenere la stabilità dei prezzi, in primo luogo i cambiamenti dei tassi di interesse a breve termine. Dopo l’intensificarsi della crisi finanziaria nel settembre 2008 – il secondo strato dell’iceberg – la BCE ha ridotto il proprio tasso di interesse principale dal 4,25% dell’estate del 2008 ad appena l’1% del maggio 2009. Questa serie di tagli dei tassi fu senza precedenti in termini di rapidità e dimensioni in un lasso di tempo così breve.

Tuttavia, i livelli terzo e quarto della crisi minacciarono l’efficacia di tali misure standard. In tempi normali, gli impulsi di politica monetaria si trasmettono all’economia reale – dove beni e servizi sono prodotti, comprati e venduti – attraverso il canale del tasso di interesse. La riduzione del tasso a cui le banche possono ottenere prestito dalla banca centrale dovrebbe trasmettersi a tutta la gamma dei tassi di interesse al dettaglio (i tassi su prestiti e depositi dei clienti delle banche) come pure ai tassi di interesse di mercato (ad esempio, i rendimenti delle obbligazioni societarie o sovrane) e alla vasta gamma dei prezzi degli asset a tasso non-fisso.

Ma durante la crisi, il canale di trasmissione della politica monetaria del tasso di interesse si è ostruito, inizialmente perché smise di funzionare il mercato interbancario, poi perché la mancanza di liquidità e la paura indussero gli operatori finanziari ad essere meno disposti a differenziare i prezzi tra le diverse scadenze (maturities). In risposta la BCE si impegnò in una serie di misure non-standard volte a ripristinare una corretta trasmissione dei segnali di politica monetaria. La prima azione furono prestiti con procedura di asta a tasso fisso con piena aggiudicazione (lending operations through a fixed rate tender procedure with full allotment). Ciò significa che la domanda di liquidità delle banche sarebbe stata completamente soddisfatta senza altro vincolo che la necessità di dare idonee garanzie (post eligible collateral). In risposta al blocco dei prestiti a lungo termine, si decise anche di fornire maggiore liquidità con scadenza più lunga rispetto alle usuali operazioni da una settimana e tre mesi. Inoltre, al fine di consentire alle banche di mobilitare una quota maggiore di attività per fini di rifinanziamento, l’Eurosistema ampliò l’insieme dei beni che potevano servire come garanzia per ottenere credito dalla banca centrale.

Appartenenti a questa stessa famiglia di strumenti sono i due LTRO (Longer Term Refinancing Operations – Operazioni di rifinanziamento a lungo termine) da 3 anni, annunciati poco più di un anno fa, per affrontare la crisi del credito (credit crunch) delle banche solventi.

Come ulteriore passo per affrontare i problemi di finanziamento delle banche e la profonda frammentazione finanziaria all’interno della zona euro, fu lanciato uno strumento di intervento nei mercati mobiliari. Questo strumento è stato a disposizione della BCE fin dall’inizio della terza fase dell’Unione economica e monetaria, nel 1999, ma non era mai stato effettivamente utilizzato fino al 2009. La prima azione di questo tipo fu un programma di acquisto di obbligazioni coperte emesse dalle banche (bank-issued covered bonds). Nel maggio 2010 entrò in vigore il Securities Markets Programme (SMP), in un contesto in cui il crollo dei mercati dei titoli emessi dai governi in difficoltà minacciava una nuova ondata di insolvenze a catena. Il programma SMP è stato sostituito dal c.d. OMT (Outright Monetary Transactions), annunciato nel mese di settembre 2012, ma finora non attivato. Dirò di più sull’OMT più avanti.

Le misure standard sono sicuramente servite al loro scopo di mantenere la stabilità dei prezzi. Ed è indiscutibile che le misure non-standard hanno contribuito a ripristinare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, alleviando le pressioni di finanziamento delle banche e quindi risultando complementari rispetto alle misure standard.

Allo stesso tempo, voglio sottolineare che tali misure di politica monetaria non possono affrontare le cause profonde della crisi. Più a lungo  proseguiamo con una politica monetaria altamente accomodante, caratterizzata da tassi di interesse estremamente bassi ed eccesso di liquidità nel sistema bancario, tanto più vedremo un fenomeno manifestarsi con evidenza sempre maggiore. Mi riferisco a quello che era conosciuto come “instabilità dello strumento” di politica monetaria: la necessità di applicare dosi sempre maggiori di interventi mentre la loro influenza macroeconomica diventa sempre più tenue. La politica monetaria è uno strumento relativamente debole che di per sè non modifica il corso fondamentale degli sviluppi economici, quando gli squilibri sono molteplici e si collocano al di fuori della sua sfera di responsabilità.

Le cause della crisi si trovano nelle politiche economiche che hanno portato all’accumulo di enormi squilibri in diversi Stati membri della zona euro. In alcuni paesi, gli squilibri si sono verificati a causa di politiche di bilancio imprudenti, non da ultimo spese in aumento in un settore pubblico in rapida crescita, o spesa per trasferimenti sociali o dipendenza eccessiva delle strutture fiscali su fonti di reddito che sono rapidamente evaporate quando la crisi ha distrutto la capacità di generare reddito di interi settori. In altri paesi c’è stato invece un forte aumento dell’indebitamento del settore privato, per i costi di finanziamento più bassi e per un più facile accesso ai finanziamenti. Quest’ultimo sviluppo è stato in alcuni casi alimentato da pratiche imprudenti nei prestiti bancari.

In cima a tutto ciò, la vigilanza e la regolamentazione bancaria non sempre hanno mitigato le tendenze destabilizzanti. Essendo rimasta nelle mani delle autorità nazionali, la vigilanza bancaria a volte ha avuto una certa propensione a consentire l’assunzione di maggiori rischi e l’espansione del credito da parte delle istituzioni vigilate che operavano in concorrenza con banche di altre giurisdizioni. Di conseguenza, in alcuni casi le banche nei periodi favorevoli non hanno sviluppato capitale sufficiente e loss buffers, e non sono state sufficientemente scoraggiate dall’investire pesantemente in titoli di stato emessi dal loro paese.

Anche in questo caso, penso che sarete d’accordo con me che le cause della crisi – come le ho descritte – non possono essere affrontate con strumenti di politica monetaria. Al massimo, la banca centrale può favorire un aggiustamento meno doloroso. Non deve mai perdere di vista il suo mandato principale, il mantenimento della stabilità dei prezzi. E anche se la banca centrale “guadagna tempo” per i governi, c’è il rischio di ritardare o rinviare le  azioni necessarie per il consolidamento fiscale e le riforme strutturali.

Faccio due esempi:

In primo luogo, le aspettative che i tassi di interesse rimarranno bassi per un lungo periodo di tempo e che sarà fornita abbondante liquidità, potrebbero indebolire gli incentivi per le banche a ridimensionare le operazioni e riparare i loro bilanci. In mancanza di una severa vigilanza bancaria potrebbero ritardare il riconoscimento delle perdite e mantenere sofferenze sui loro libri per tempi più lunghi rispetto a quando una valutazione realistica della loro redditività suggerirebbe. Dal punto di vista dei governi, le stesse aspettative di bassi tassi di interesse potrebbero indebolire gli incentivi a ridurre i disavanzi del settore pubblico.

In secondo luogo, la percezione che la banca centrale andrà sempre a “raccogliere i cocci” potrebbe incentivare l’assunzione di rischi eccessivi e leva finanziaria elevata. Anche in periodi di congiuntura favorevole una tale percezione potrebbe scoraggiare sane politiche di bilancio e comportamenti finanziari prudenti.

Nella progettazione delle misure non-standard e nella loro comunicazione, la BCE ha avuto grande cura di non dare tali incentivi negativi a banche e governi. I seguenti elementi, tra gli altri, ne sono la prova:

  • Le misure non-standard sono di natura temporanea. Alcune scadranno automaticamente, se non rinnovate. Oltre a ciò, abbiamo tutti gli strumenti necessari per invertire l’attuale situazione di abbondante fornitura di liquidità.
  • Il mandato della BCE, come previsto dal Trattato, è chiaramente focalizzato sulla stabilità dei prezzi. In combinazione con la strategia di politica monetaria della BCE fornisce un indicatore chiaro e si è dimostrato efficace nell’ancorare le aspettative di inflazione nel corso del tempo.
  • La strategia di politica monetaria dà un ruolo di primo piano all’analisi monetaria che cattura gli sviluppi monetari e creditizi e garantisce una reazione simmetrica alle forze finanziarie.
  • Il modo in cui le OMTs sono state progettate crea i giusti incentivi per i governi a migliorare le loro politiche di prudenza fiscale e riforme strutturali.

Mi diffonderò un po’ di più su questo quarto punto. Il programma OMT sarà attivato solo nel caso in cui il paese beneficiario avrà sottoscritto una rigorosa ed effettiva condizionalità collegata ad un adeguato programma EFSF/ESM. Può anche essere preso in considerazione per gli Stati membri, attualmente sotto programma di aggiustamento macroeconomico, ma solo dopo aver riottenuto l’accesso al mercato obbligazionario.

Questo tipo di condizionalità protegge effettivamente l’indipendenza della BCE e consente alla BCE di occuparsi delle sue funzioni di politica monetaria. Protegge e rafforza la nostra azione, perché ricostituisce un ambiente istituzionale in cui la solvibilità non è un problema e la qualità del credito è garantita. Vedete: noi conduciamo la nostra politica monetaria in primo luogo attraverso il prestito temporaneo alle banche. Così facendo, ci affidiamo alla legislazione sulla solvibilità per avere la garanzia che i nostri interlocutori sono solidi e in grado di rimborsare il nostro credito. Tuttavia, mentre le banche sono soggette alle norme sulla solvibilità, i governi – a causa dell’immunità sovrana – non lo sono. Abbiamo quindi bisogno di una struttura sovranazionale che garantisca che, in caso l’OMT sia attivato, la solvibilità del governo – la sostenibilità di bilancio e la sostenibilità macroeconomica – siano a posto e che le politiche nazionali siano sufficientemente vincolate. È per questo che abbiamo bisogno della  condizionalità del programma e di una sorveglianza multilaterale come pre-condizione per avviare il programma OMT.

Inoltre, l’OMT comporta interventi solo sulla parte a breve (short end) del mercato dei titoli di Stato – fino a tre anni alla scadenza – e tali interventi saranno completamente sterilizzati, il che significa che tutta la liquidità iniettata dall’OMT verrebbe riassorbita.

I primi risultati dell’aggiustamento economico

Ora mi concentrerà sui “germogli verdi” di una nascente ripresa che è già visibile. Dopo quasi sei anni dall’inizio delle turbolenze finanziarie che si trasformarono in crisi, molti paesi dell’area euro hanno registrato una significativa, ma ad oggi ancora parziale, correzione degli squilibri interni ed esterni.

Si possono vedere più chiaramente progressi sostanziali negli andamenti degli equilibri delle partite correnti (current account balances). Nei paesi sotto programma – Grecia, Irlanda e Portogallo – i saldi delle partite correnti sono migliorati per più di 7 punti percentuali (rispetto al PIL) tra il 2008 e il 2012. In Spagna, il conto corrente è migliorato in modo ancor più drastico. Molto è dipeso da un inevitabile calo della domanda interna, ma abbiamo anche visto un rafforzamento delle esportazioni in un contesto globale che non è davvero vivace. Ciò indica che gli sforzi dei paesi per riequilibrare le loro economie stanno iniziando a dare i loro frutti.

Parte di questo quadro è anche la parziale inversione di precedenti perdite di competitività, ma qui il ritmo di avanzamento varia da un paese all’altro. L’Irlanda è andata molto bene, con i costi unitari del lavoro accumulati caduti di 18 punti percentuali rispetto alla media dell’area euro. Grecia, Portogallo e Spagna hanno finora registrato un miglioramento di 10 punti percentuali. In alcuni altri paesi che hanno bisogno di rafforzare la competitività siamo ancora in attesa che la correzione si manifesti. E in altri paesi ancora, in particolare alcuni dei paesi che hanno aderito all’area dell’euro più di recente, abbiamo in realtà visto una incipiente perdita di competitività. E’ importante che questi paesi imparino dagli errori degli altri.

I saldi di bilancio hanno mostrato forti miglioramenti. Ad esempio, La Commissione stima che il saldo primario strutturale della Grecia (cioè il saldo di bilancio corretto per gli andamenti ciclici, il pagamentiìo degli interessi e fattori una tantum)sia migliorato di oltre 13 punti percentuali. Prendo atto che il concetto di aggiustamento ciclico è circondato da grande incertezza in tempo reale, ma non vi è dubbio che un bel po’ di progressi sono stati fatti.

Allo stesso tempo, è positivo vedere che la tendenza generale al rialzo dell’indebitamento del settore privato è stata bloccata, sia nelle famiglie che nel settore delle imprese.

Ultimo ma non meno importante, le riforme strutturali hanno guadagnato ritmo, probabilmente sotto l’urgenza della crisi. I paesi sotto programma hanno preso numerose iniziative per rendere le loro economie più flessibili e orientate al mercato, gettando così i semi per migliorare le prestazioni in futuro. Questi sforzi comprendono la riforma delle pensioni, la lotta contro l’evasione fiscale, servizi tributari più semplici e migliorati, ottimizzazione delle strutture fiscali e – da non sottovalutare – riforme del mercato del lavoro politicamente difficili.

Tutti questi sviluppi danno ragioni per essere cautamente ottimisti circa le prospettive per i paesi in crisi di ritorno a un percorso di crescita sostenibile, investimenti produttivi e creazione di nuovi posti di lavoro con maggiore sicurezza sociale di quella sperimentata negli ultimi anni. Le gravi recessioni e l’aumento della disoccupazione in alcuni paesi dell’area dell’euro sono stati causati da anni di politiche sbagliate e dalla mancanza delle riforme che avrebbero potuto rafforzare il potenziale di crescita.

Cauto ottimismo non significa ingenua aspettativa che la “terra di latte e miele” sia dietro l’angolo. L’esperienza storica ci insegna che il cocktail di una recessione economica e di una crisi finanziaria è di solito associata a una recessione prolungata e a perdite di posti di lavoro e benessere. La maggior parte delle riforme strutturali richiede tempo per generare effetti positivi, e alcuni dei paesi in difficoltà sono ancora zavorrati da rigidità nei mercati dei beni, dei servizi e del lavoro. Alte rigidità nominali, ad esempio, inducono un modello di aggiustamento agli shock che cade sproporzionatamente sui volumi di lavoro e di produzione. I paesi devono proseguire con un profondo programma di riforme strutturali per affrontare le rigidità esistenti, ridurre i costi per le imprese, e per aumentare la competitività.

Per evitare – e anzi invertire – la perdita di posti di lavoro, l’adeguamento al ribasso dei prezzi e dei salari deve essere più forte in quelle aree in cui la disoccupazione è ancora alta, e dove tale adeguamento non è avvenuto a causa di fattori strutturali o istituzionali. Se questo va di pari passo con un continuo consolidamento dei bilanci del settore pubblico, il cauto ottimismo sarà giustificato da una catena di: minore incertezza, rinnovata fiducia dei consumatori e degli  investitori, migliore accesso ai finanziamenti e ritorno a una crescita robusta e sostenibile.

Le riforme a livello europeo

Le riforme interne sono importanti, ma dobbiamo lavorare anche a livello della zona euro e l’Unione europea. Molto è già stato fatto rafforzando la governance fiscale e macroeconomica della zona euro. Nel gergo EU si parla di “six-pack” e “two-pack”. Il primo è entrato in vigore già nel dicembre 2011, e sul secondo un accordo finale è stato raggiunto la scorsa settimana (“trilogue agreement” del 20 febbraio). Questi pacchetti legislativi hanno incluso la riforma di entrambe le braccia preventiva e correttiva dello Stability and Growth Pact ( SGP), i nuovi requisiti minimi per i bilanci nazionali, la nuova Macroeconomic Imbalance Procedure (MIP), e un meccanismo di enforcement più forte attraverso nuove sanzioni finanziarie, sotto sia SGP che MIP. I due regolamenti supplementari che sono in procinto di essere adottati rafforzeranno ulteriormente la sorveglianza dei paesi dell’area euro.

Invece di parlare di ciò che è già stato realizzato vorrei delineare gli ulteriori miglioramenti che sono in cantiere, in particolare nel settore della regolamentazione e supervisione finanziaria.

Uno dei difetti strutturali che hanno esacerbato la crisi è che le vigilanze spesso non sono riuscite a evitare un’eccessiva assunzione di rischi nel settore finanziario. Le decisioni della vigilanza a livello nazionale non sempre hanno considerato il loro potenziale effetto oltre i confini nazionali. Più fondamentalmente, le decisioni sono state di natura “microeconomica”, concentrandosi sulla salute finanziaria delle singole istituzioni piuttosto che sull’impatto sistemico a livello “macroeconomico”.

Il riconoscimento di queste linee di frattura ha portato alla creazione di due organismi istituzionali che sono o saranno strettamente associati alla Banca Centrale Europea a Francoforte: il Comitato europeo per il rischio sistemico (European Systemic Risk Board – ESRB), e il meccanismo unico di vigilanza (Single Supervisory Mechanism – SSM). L’ESRB affronta le carenze delle politiche macro-prudenziali, mentre l’SSM garantirà un controllo uniforme e coerente di tutte le banche nell’area dell’euro.

Una vigilanza migliore andrà a beneficio della conduzione della politica monetaria, perché un sistema finanziario stabile è un requisito indispensabile per la corretta trasmissione dei segnali di politica monetaria in tutta l’area euro. Una vigilanza bancaria efficace favorisce un contesto macroeconomico stabile, con un livello di prezzi stabile. E una vigilanza rigorosa ridurrà al minimo problemi di moral hazard in caso di interventi di crisi.

L’SSM è un primo importante passo verso una vera e propria unione bancaria. Ma altro deve seguire. Un altro elemento indispensabile è un Single Resolution Mechanism (SRM), che sarà in grado di assicurare una risoluzione rapida e ordinata – e, se necessario, la chiusura – di banche non vitali, con il minimo ricorso al denaro dei contribuenti. Oltre all’SRM, sarebbe altamente auspicabile stabilire un quadro di assicurazione dei depositi basato su norme comuni europee.

Conclusione

Abbiamo vissuto momenti difficili, ma ora abbiamo una solida base su cui costruire. I segni di stabilizzazione stanno diventando sempre più frequenti, e continuiamo a prevedere una graduale ripresa nel corso del 2013. La stessa aspettativa è stata espressa nelle Previsioni d’Inverno della Commissione europea, pubblicate il venerdì della scorsa settimana.

Queste prospettive un po’ migliori sono dovute essenzialmente ai cambiamenti nel campo delle politiche fiscali e strutturali a livello nazionale e dell’Unione europea. Di sicuro, la politica monetaria della BCE ha contribuito al processo mantenendo un orientamento di politica monetaria accomodante e favorendo una migliore la fiducia dei mercati finanziari. Come ospite sia del ESRB e presto anche dell’SSM, la BCE è impegnata a svolgere un ruolo positivo nel futuro sviluppo della zona euro come area dell’economia globale ben strutturata e orientata alla stabilità. Chiediamo ai governi della zona euro di mantenere gli sforzi per intraprendere le riforme ancora necessarie, pur riconoscendo ciò che è già stato realizzato.

Un aggiustamento della portata necessaria per affrontare la crisi, è un lungo cammino, e sono sicuro che siamo sulla strada giusta per arrivarci.

Vi ringrazio molto per la vostra attenzione.

[1] Vorrei ringraziare Arthur Saint-Guilhem, Melanie Ward-Warmedinger e Niels Bünemann per il loro contributo alla preparazione di questo discorso.

Fonte: Sito BCE

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