L’Europa cerca una ‘Unione più perfetta’

L’Europa cerca una ‘Unione più perfetta’
Lezione di Mario Draghi, presidente della BCE,
alla Harvard Kennedy School,
Cambridge (USA) , 9 ottobre 2013

Versione inglese

 

Presentazione di Larry Summers

Sono felice di avere l’opportunità di introdurre il mio caro amico Mario Draghi. Non conosco un public servant più raffinato, appassionato, onesto e capace di Mario Draghi. L’ho incontrato per la prima volta più di 20 anni fa, quando lui era executive director della World Bank e io ero chief economist della World Bank. E’ stato mio grande privilegio lavorare in stretto rapporto con lui per i sei anni e mezzo in cui ho servito come G7 deputy e lui serviva come G7 deputy in rappresentanza dell’Italia. Il mio lavoro era gestire le relazioni internazionali del Tesoro US per la gran parte del tempo. Il lavoro di Mario era gestire le relazioni internazionali per il Tesoro italiano e anche gestire quasi tutto il resto che avveniva al Tesoro italiano e in qualche modo eravamo ben informati nelle nostre conversazioni. Ero colpito dalla grande facilità con cui lui si muoveva tra il citare i professori un MIT phD programm e il comprendere i più oscuri interstizi della politica italiana, senza che gli restasse mai del fango attaccato addosso. Era un rimarchevole caso di un intelletto potente messo al servizio del raggiungimento di vantaggi pratici. Mario ha lavorato fino al 2001 come Direttore generale del Tesoro italiano. Come molti ex pubblic officials Mario è poi stato fellow dell’Institute of Politics, come David ha ricordato poco fa. Poi ha passato diversi anni in un ruolo cruciale nella supervisione delle operazioni europee di Goldman Sachs, prima di essere richiamato per il ruolo di Governatore della Banca d’Italia.

In seguito a ciò, in un momento di straordinaria difficoltà, Mario è stato nominato come terzo Presidente della Banca Centrale Europea. Quelli che seguono gli affari europei dovrebbero essere consapevoli del fatto che era un po’ meno che del tutto ovvio nominare un italiano a capo della Banca Centrale Europea (sorrisi), con la responsabilità di gestire le questioni monetarie dell’Europa. Una teoria sul perché questo sia potuto succedere credo potrebbe essere che c’è stata una comprensione anticipata del fatto che il problema sarebbe stata la deflazione e non l’inflazione. Ma non è questa la teoria giusta sul perché Mario Draghi è stato scelto. Mario Draghi è stato scelto perché la sua reputazione, per forza carattere e competenza, trascendeva le lealtà dei singoli paesi, e in giro per l’Europa c’era fiducia che Mario sarebbe stato all’altezza del compito.
Ha fatto molte cose importanti in questo periodo come capo della BCE. E, da osservatore attento e relativamente ben informato, mi avventuro a dire che se a capo della BCE ci fosse stato qualcun altro, oggi l’euro forse non esisterebbe più.
E’ famosa l’osservazione di Churchill sul “never had so many owed so much to so few“. Circa nello stesso spirito, io direi che mai nella storia delle banche centrali così poche parole, e così poca azione, sono stati così tremendamente efficaci nel salvare un continente, come quando Mario Draghi ha, in un discorso di poco più di un anno fa, pronunciato queste parole: “Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough” (All’interno del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto quanto è necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza). Non sono le parole di un polveroso banchiere centrale impegnato a creare confusione parlando come l’oracolo di Delphi. Sono le parole di un public servant determinato e con le idee chiare, che l’Europa è stata fortunata ad avere alla guida della sua politica monetaria: Mario Draghi.

Introduzione

Lasciate che vi ringrazi tutti per questo caloroso benvenuto, e in particolare tu, Larry, per la fantastica introduzione. Sono… è stato troppo per me… Comunque… ho diversi motivi per esservi grato di questo invito di oggi. Uno è che certamente sono onorato per il prestigio di questa Lecture, ma un altro è che mi riporta qui a Cambridge dove ho passato probabilmente il periodo più felice della mia vita. E una terza ragione è che sono stato IOP fellow nel 2001, tornando qui di nuovo in un periodo che non definirei felice perchè la situazione era decisamente drammatica all’epoca, ma certo in una delle più toccanti esperienze della mia vita. Tra l’altro, mi fu chiesto di tenere un corso e mi fu chiesto su che argomento volessi tenere le lezioni e pensai che una buona cosa poteva essere il funzionamento dell’Unione Europea. E dopo un paio di colpi di tosse mi resi conto della immensa noia che stava cadendo sugli studenti e quindi sono in sostanza stato costretto a cambiare rapidamente la lista di argomenti da trattare. Ora, ho una certa fiducia che, rispetto ad allora, sia perchè le sfide sono diventate sempre più grandi, e/o perchè siamo riusciti a fare dei progressi, quello che dirò stasera sarà un po’ meno noioso di quello che intendevo insegnare circa 12 anni fa.

***

Gli Stati Uniti sono spesso stati descritti come una nazione giovane, ma l’istituzione che ho l’onore di guidare è molto più giovane. La Banca centrale europea (BCE) e la moneta unica hanno iniziato ad operare quasi 15 anni fa, all’inizio del 1999. Oggi vorrei offrirvi un breve racconto dei nostri inizi e del difficile contesto della nostra adolescenza.

Come tutti voi saprete, l’Europa è attualmente impegnata in un profondo processo di riforma. Molte di queste riforme stanno avvenendo all’interno degli Stati membri dell’Unione europea (UE) – per rendere le finanze pubbliche più sostenibili; per rendere le loro economie più competitive; e per rafforzare i bilanci delle loro banche nazionali. Ma c’è anche una serie importante di riforme che si svolgono a livello europeo – il corrispondente di quello che voi, qui negli Stati Uniti, chiamate il livello federale. Sono state create nuove regole e istituzioni che cambieranno il rapporto tra l’Unione e gli Stati membri. E’ su questo processo e sulle sue implicazioni che voglio concentrare il mio intervento di oggi.

Il preambolo del Trattato Europeo fa di una ‘unione sempre più stretta’ (ever closer union) un obiettivo dell’UE. Per alcune persone questo è generatore di ansia. Sembra promettere un movimento inesorabile verso un futuro super-Stato. Molti europei, con diverse storie e culture nazionali, non si sentono pronti per questo.

Quindi è importante capire che l’ordine del giorno che l’Europa oggi affronta non è adeguatamente descritto dalla frase ‘unione sempre più stretta’. A mio parere, è meglio incapsulato dalle parole prese a prestito dalla Costituzione degli Stati Uniti: la creazione di una ‘unione più perfetta’ (more perfect union).
Con questo intendo che siamo ‘perfezionando’ qualcosa che è già iniziato – vale a dire l’unione economica e monetaria, che è stata lanciata nel 1999. I decisori politici stanno portando avanti ciò che consegue dalla decisione di creare un vero mercato unico sostenuto da una moneta unica.

In seguito vorrei descrivere alcune di queste conseguenze, esplorando in tal modo due grandi temi. In primo luogo, sosterrò che un mercato unico ha necessariamente implicazioni politiche, e che una condivisione parziale della sovranità nazionale può essere il mezzo migliore per preservare la sovranità. In secondo luogo, spiegherò come l’unione bancaria e un setup fiscale rafforzato supportano il mercato unico e la moneta unica.

Le implicazioni politiche di un mercato unico

Per capire l’UE e l’eurozona è importante comprendere la differenza tra una zona di libero scambio (free trade area) e un vero mercato unico (true single market).
Una zona di libero scambio è un accordo parziale e reversibile.
Un mercato unico, al contrario, è una unione universale e permanente.
Questa distinzione ha implicazioni fondamentali.

Essendo un mercato unico universale e permanente, i governi e i parlamenti perdono, sia in linea di principio che per trattato, la capacità di ripristinare i controlli alle frontiere (border controls). Ciò significa che, a differenza di quanto avviene in una una zona di libero scambio, non possono agire da soli per proteggere i loro elettori dalla concorrenza sleale o illecita dall’estero. Tuttavia tale difesa è fondamentale affinchè un mercato funzioni. Non ci può essere libero mercato senza elementi fondamentali di legalità quali la tutela dei diritti di proprietà e l’esecuzione dei contratti. [1]

Così, mentre una zona di libero scambio può essere gestita attraverso la cooperazione intergovernativa, un mercato unico necessita di una organizzazione sovranazionale.
Ci deve essere un sistema giudiziario con il potere di far rispettare il diritto alla concorrenza a livello di mercato. In Europa questa autorità è devoluta alla Commissione europea e alla Corte di giustizia europea.
Se c’è una magistratura, ci deve naturalmente essere un legislatore che scrive la legge applicata dalla magistratura. In Europa sono il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo a svolgere congiuntamente questo ruolo.
E se ci sono un legislatore e di un sistema giudiziario, poi ci deve essere anche un esecutivo in grado di attuare le loro decisioni. Anche qui, in Europa alla Commissione europea è affidato il potere esecutivo.

Questo è ciò che intendo quando dico che il mercato unico ha necessariamente implicazioni politiche. Infatti, è ben noto che la short commerce clause della Costituzione degli Stati Uniti, che concede al Congresso “il potere di regolare il commercio ( … ) tra i diversi Stati”, costituisce la base di un notevole corpus di legislazione federale in materia di questioni economiche.

Condividere la sovranità in un mercato unico

La questione più difficile in Europa è a che grado i poteri devono essere trasferiti al livello sovranazionale per sostenere il mercato unico – o in altri termini: quanto la sovranità deve essere condivisa. A mio avviso un modo per affrontare questa questione è considerare con più attenzione cosa intendiamo per sovranità.

Un modo di vedere la sovranità è normativo, ed è stato storicamente favorito dagli assolutisti come Jean Bodin nel XVI secolo. La sovranità qui è definita in relazione ai diritti: il diritto di dichiarare guerra e trattare le condizioni della pace, di aumentare le tasse, di battere moneta e di giudicare in ultima istanza.

Un altro modo di vedere le cose è positivo. La sovranità è definita dalla capacità di fornire, in pratica, i servizi essenziali che le persone si aspettano dal governo. Un sovrano che non fosse in grado di svolgere efficacemente il suo mandato sarebbe sovrano solo di nome. Questo secondo approccio è più coerente con gli scritti dei filosofi politici che più hanno influenzato le nostre democrazie moderne. John Locke, nel suo Secondo Trattato sul Governo, afferma che il sovrano esiste solo come potere fiduciario di agire per certi fini. E’ la capacità di raggiungere quei fini che definisce, e legittima, la sovranità. Lo stesso argomento è usato da James Madison nella Federalist paper 45, in cui afferma che “nessuna forma di governo ha altro valore da quanto serve al conseguimento del [bene pubblico]”.

Considero questa visione positiva come il modo giusto di pensare la sovranità. E penso che deve essere il principio guida per decidere quali funzioni debbano essere collocate a livello nazionale e a livello europeo. Dobbiamo guardare all’efficacia, non a principi astratti che possono essere vuoti nel mondo attuale. Questo approccio ci allontana da una visione della sovranità come potere a somma zero (zero-sum), dove un corpo perde la sovranità e l’altro la guadagna. Invece, mettendo i bisogni dei cittadini al centro, essa ci permette di vedere la sovranità in termini di risultati – e questo può dare una somma positiva (positive-sum).

Questo modo di pensare è di fatto già incorporato nel Trattato UE in virtù del principio di sussidiarietà. Esso stabilisce che i poteri non possono essere trasferiti al livello dell’Unione a meno che l’azione non sia più efficace a tale livello che ad un livello inferiore di governo. In altre parole, si pone l’accento esattamente sulla efficacia della politica. A mio avviso è questo focus pragmatico sull’efficacia politica che dovrebbe essere il motore di una maggiore integrazione.

Dal mercato unico alla moneta unica

L’efficacia politica è stata infatti una delle principali motivazioni per l’unione monetaria – in particolare al fine di massimizzare i benefici potenziali degli Stati membri che formano un unico mercato.

Un primo argomento a favore della moneta unica è relativo alla desiderabilità di un unico mezzo di pagamento e di unità di conto in un mercato unico. Una moneta unica non è necessaria per il commercio, ma è utile, nella misura in cui elimina i costi di conversione della valuta e aumenta la trasparenza dei prezzi.

Un secondo argomento è relativo alle condizioni di concorrenza leale in un mercato unico. In un sistema di tassi di cambio fluttuanti i singoli governi possono essere tentati di manipolare la propria valuta per perseguire politiche ‘beggar thy neighbor‘, che costituiscono una distorsione della concorrenza. Un’economia che aumenta la produttività e la competitività può essere privata dei benefici che dovrebbe godere in termini di aumento della quota di mercato a causa del deprezzamento della moneta nei paesi concorrenti sul mercato.

In effetti, l’instabilità dei tassi di cambio post-Bretton Woods ha probabilmente reso giustizia alle opinioni di economisti come Ragnar Nurkse, che, in uno studio autorevole commissionato dalla Società delle Nazioni e pubblicato nel 1944, ha messo in guardia dalle perdite economiche derivanti dalla volatilità delle valute. [2]

Vale anche la pena di ricordare che il premio Nobel Robert Mundell ha sviluppato la sua teoria sulle aree valutarie ottimali (optimum currency areas) come una critica ai tassi di cambio flessibili in un mercato unico, e non a loro sostegno. Ha detto che ‘non riusciva a capire perché paesi che hanno intrapreso un processo di integrazione in un mercato comune si dovrebbero zavorrare con un nuovo ostacolo agli scambi dato dalla incertezza sui tassi di cambio” [3].

In ogni caso, la volontà di limitare la volatilità dei tassi di cambio nella UE è stata formulata subito dopo il crollo del sistema di Bretton Woods nei primi anni ’70. Si è riflessa nelle successive fasi di accordo sui tassi fissi, come ad esempio lo European Monetary System e il suo successore, l’Exchange Rate Mechanism. Ed è stato ripreso nel requisito del Trattato che ogni Stato membro consideri la propria politica del cambio come un problema di interesse comune.

Il libero commercio e i movimenti di capitali non possono chiaramente essere sacrificati in un vero mercato unico. Inoltre gli europei videro i cambi fissi come una componente importante di una concorrenza leale. Era quindi la sovranità nazionale sulle politiche monetarie a dover essere abbandonata. In questo senso la moneta unica è diventata un modo per massimizzare i vantaggi del mercato unico. E l’evidenza empirica suggerisce che la condivisione di una valuta ha infatti potenziato il commercio, anche se l’effetto può essere più piccolo di quanto in precedenza suggerito. [4]

Vorrei inoltre aggiungere che, per vari Stati membri, l’adesione alla moneta unica implica non solo una maggiore efficacia delle politiche, ma, paradossalmente, una maggiore influenza nazionale. Che si tratti dell’Austria prima del 1999 o della Lettonia oggi, molti Stati membri hanno perseguito una politica di cambio fisso o di currency board faccia a faccia con un vicino di casa più grande – la Germania in passato, la zona euro oggi. Ciò significa che essi di fatto importavano una politica monetaria su cui non avevano voce in capitolo. Ora, come membri della zona euro,  hanno invece voce in capitolo. Quando la Lettonia adotterà l’euro, il 1° gennaio del prossimo anno, il mio collega, il governatore della banca centrale della Lettonia, parteciperà pienamente alla formulazione della politica monetaria della BCE. Lo stesso non si può dire per i paesi che legano le loro valute al dollaro USA, alcuni dei quali sono molto più grandi della Lettonia.

Dalla moneta unica all’unione bancaria

Le implicazioni della decisione di istituire un vero mercato unico non si limitano alla creazione della moneta unica. La moneta unica ha di per sè delle conseguenze, di cui la più urgente è un’unione bancaria.

La creazione di un’unione bancaria è stata concordata dai capi di Stato e di Governo in Europa ed è ora in fase di realizzazione a tappe, a partire dal meccanismo unico di vigilanza (single supervisory mechanism), che è stato affidato alla BCE ed è stato recentemente approvato dal Parlamento europeo. Confidiamo che un meccanismo unico risoluzione (single resolution mechanism) entri in vigore all’inizio del 2015.

Per capire perché una unione bancaria è una conseguenza dell’unione monetaria, è opportuno ricordare che solo una piccola parte del denaro è denaro “outside“, cioè passività della banca centrale. La maggior parte del denaro utilizzato nell’economia è denaro “inside“, cioè passività di una banca commerciale.

Affichè il valore del denaro sia davvero unico all’interno di una zona monetaria, ci deve essere piena sostituibilità tra le sue diverse forme. Questo significa che 1€ in una banca in un qualsiasi paese dell’area euro deve essere pienamente sostituibile con 1€ in un altro. L’unico modo per ottenere questo obiettivo è rimuovere le differenze nel sistema bancario che possono creare frammentazione lungo le linee nazionali – e la differenza più importante è il modo in cui le banche sono vigilate e, se necessario, risolte dalle autorità nazionali.

Stiamo quindi spostando queste funzioni a livello europeo per garantire che la moneta unica sia accompagnata da un singolo sistema bancario. E questo è coerente con la definizione positiva della sovranità che ho dato in precedenza: una vera e propria unione bancaria può dare ai cittadini più fiducia nei loro soldi di quanto possano fare diversi approcci nazionali.

Inoltre vi è un importante effetto di feedback positivo. Mentre vi è una catena logica dal mercato unico, alla moneta unica, all’unione bancaria, l’unione bancaria a sua volta sostiene il mercato unico. Una frammentazione del sistema bancario non mina solo l’unicità della moneta, ma mina anche le condizioni della concorrenza. Questo avviene perché si traduce in una dispersione dei tassi dei prestiti bancari su base nazionale, come abbiamo visto in questi ultimi anni.

Vorrei essere chiaro qui: non c’è motivo che di per sé una società spagnola debba essere in grado di prendere a prestito esattamente allo stesso prezzo di una ditta olandese. Se l’ambiente operativo di entrambe le imprese è diverso, questo può ragionevolmente influenzare il loro rischio di credito e quindi il tasso a cui ottengono un prestito. Ma, in un mercato unico, una società spagnola dovrebbe essere in grado di prendere a prestito da una banca spagnola allo stesso prezzo che da una banca olandese. Se ciò non avviene, se il premio di rischio pagato da un cliente della banca in un paese non è idiosincratico ma sistemico, allora non c’è più un vero mercato unico dei capitali. Conta il luogo in cui ci si trova. E questo è ciò che un’unione bancaria mira a invertire.

In Europa una unione bancaria è ancora più importante che negli Stati Uniti, perché oltre i due terzi del finanziamento esterno delle imprese avviene in forma di prestiti bancari. Per le piccole e medie imprese questa percentuale è ancora più alta. Negli Stati Uniti, invece, il ruolo delle banche nel finanziamento esterno delle imprese è solo circa un terzo o anche meno. Quindi, una unione bancaria è di fondamentale importanza per l’economia reale dell’area euro.

Ma, si può ragionevolmente chiedere, se una unione bancaria è così importante, perché questo è diventato evidente solo negli ultimi anni? La ragione principale è che il rischio di frammentazione finanziaria nella zona euro non è stato riconosciuto. I responsabili politici e gli osservatori non si sono resi pienamente conto di quanto le divergenze dei fondamentali tra le diverse economie potessero alimentarsi attraverso il sistema bancario. Questo vale in particolare per il debito sovrano, e per l’interazione a doppio senso tra stati sotto stress e banche sotto stress. Certamente un’unione bancaria può svolgere un ruolo importante nello spezzare il circolo vizioso che vediamo in Europa tra le banche e i loro sovrani. Ma c’è anche un forte compito che ricade sui governi di assicurare che il debito sovrano svolga la funzione prevista nel sistema finanziario – e cioè quella di bene privo di rischio, sicuro. Permettetemi quindi di parlare brevemente delle politiche fiscali.

Le implicazioni per la politica fiscale

È positivo che i governi dell’area euro abbiano compiuto progressi significativi nel consolidare i loro bilanci, rimuovendo quindi una parte del rischio sovrano dal sistema finanziario. Il deficit fiscale primario per la zona euro è sceso dal 3,5 % del PIL nel 2009 a circa lo 0,5 % nel 2012. Negli Stati Uniti, in confronto, è di circa il 6% del PIL nel 2012.

Detto questo, abbiamo bisogno di garantire la coerenza nel tempo. Sappiamo tutti come sono andate le cose nel primo decennio dell’euro. Le regole di bilancio sancite dal trattato di Maastricht non sono state sufficientemente vincolanti; e anche la disciplina di mercato non ha funzionato in modo efficace [5]. Per questo motivo la BCE ha a lungo sostenuto il passaggio a regole più efficaci in ambito fiscale. Siamo convinti che siano cruciali per la stabilità della moneta comune nel lungo termine. Sono quindi incoraggiato dal fatto che i responsabili politici europei hanno preso misure significative per rafforzare le regole di bilancio comuni.

Queste azioni comprendono nuove modalità di interazione con i paesi che non rispettano le raccomandazioni della Commissione europea. Essi includono l’attribuzione alla Commissione del diritto di ispezionare i bilanci nazionali prima che siano presentati ai parlamenti nazionali – un potere che il governo federale degli Stati Uniti non ha sugli stati membri. E comprendono l’inserimento nelle loro costituzioni nazionali o equivalenti, di regole di bilancio in equilibrio. Speriamo in  una implementazione piena e trasparente di questo nuovo regime.

Questi cambiamenti rappresentano in qualche modo un trasferimento di poteri a livello europeo. Ma, come per l’unione bancaria, non li considero una perdita di sovranità. Piuttosto vedo il rafforzamento del pilastro fiscale come un fatto che dà credibilità alla politica fiscale, quindi come un modo per ripristinare l’efficacia della politica fiscale: per l’Unione nel suo complesso, in quanto i paesi sono meno colpiti dalla ricaduta dei problemi di bilancio in un mercato finanziario integrato; ma anche per gli stessi Stati membri.

La capacità di stabilizzazione del bilancio attraverso gli stabilizzatori automatici diminuisce se i governi non sono in grado di fare deficit nel punto più basso del ciclo – o in altri termini, se il credito del governo si deteriora al punto che il suo debito non è più considerato come un asset sicuro. In effetti se il merito di credito del governo è compromesso e si comporta come credito privato, allora per il governo il costo del prendere a prestito aumenta proprio nel momento in cui ne ha più bisogno. Si può vedere questo come la vera perdita di sovranità. Ciò impedisce ai governi nazionali di utilizzare la normale politica fiscale per la stabilizzazione macroeconomica. In questo senso, le misure che ripristinano la fiducia nel credito pubblico, come ad esempio le regole di bilancio più credibili, ripristinano la capacità dei governi di esercitare le funzioni che i cittadini si aspettano da loro.

Ciò è particolarmente importante in un’unione monetaria in cui l’onere della stabilizzazione macroeconomica non può essere del tutto spostato sulle spalle della banca centrale. Il nostro mandato di politica monetaria è di assicurare la stabilità dei prezzi nel medio termine nell’area euro nel suo complesso. La politica di bilancio deve assorbire gli shock idiosincratici o asimmetrici a livello nazionale. E a differenza degli Stati Uniti, essendo le politiche fiscali decentrate, nella zona euro la stabilizzazione si svolge interamente al livello sub-federale (o nazionale). Tuttavia, se le regole e le istituzioni fiscali sono credibili, esistono ampi spazi in cui le politiche nazionali possono svolgere questo ruolo di stabilizzazione.

Guardando al futuro

Nel complesso, i cambiamenti in atto nella zona euro stanno rendendo la nostra unione monetaria più robusta. A livello nazionale il consolidamento e le riforme strutturali stanno aiutando la maggior parte dei paesi a raggiungere una posizione esterna più sostenibile. A livello europeo ci stiamo avvicinando a un equilibrio di competenze che, preso nel suo complesso, dovrebbe fornire una stabilizzazione più efficace.

Detto questo, sarebbe fuori luogo escludere che nel tempo la zona euro possa passare a un nuovo equilibrio. L’integrazione è un processo dinamico e dobbiamo avere un certo grado di umiltà su dove porterà. Se guardiamo gli Stati Uniti, vediamo che hanno rafforzato l’unione in diverse fasi, ad ogni tappa generando la successiva. Alla creazione del sistema della Federal Reserve nel 1913, per esempio, ha fatto seguito solo vent’anni dopo (1933) la creazione della FDIC, un pilastro fondamentale dell’unione bancaria americana. Anche il bilancio federale si è  sviluppato in modo significativo in questa fase.

Oggi in Europa stiamo in qualche modo passando attraverso un processo analogo. Non è analogo nel senso che la destinazione sia la stessa. Non lo sappiamo questo. Ciò che è analogo è il principio guida. Come negli Stati Uniti, il nostro orientamento è pragmatico e guidato da un desiderio di efficacia politica e di fornire le funzioni che i cittadini si aspettano dal governo. Trarremo poi le conclusioni politiche che seguiranno, nel momento in cui saranno rilevanti.

Nei giorni bui della crisi, molti commentatori su questo lato dell’Atlantico hanno guardato all’area dell’euro convinti che fallisse. Si sbagliavano nella loro macro-visione di medio termine. L’area euro ha creato 600.000 nuovi posti di lavoro più degli Stati Uniti dal 1999. E mentre il tasso di disoccupazione è aumentato di più nell’area dell’euro che negli Stati Uniti durante la crisi, il tasso di occupazione negli Stati Uniti è sceso ulteriormente rispetto alla zona euro, il che rende le figure difficili da confrontare. Ma si sbagliavano in un modo più fondamentale. Hanno sottovalutato la profondità dell’impegno degli europei per l’euro. Hanno scambiato l’euro per un regime di cambi fissi, mentre si tratta di una moneta unica irreversibile. Ed è irreversibile perché è nata dall’impegno delle nazioni europee verso una maggiore integrazione – un impegno che, come il Comitato del Nobel ha riconosciuto l’anno scorso – ha radici nel nostro desiderio di pace, di sicurezza e di trascendere le differenze nazionali.

Note

[1] Vi è una vasta letteratura sullo sviluppo del mercato e la tutela dei diritti di proprietà e lo Stato di diritto. Per esempio, in un ambiente in cui i diritti di proprietà sono ben definiti e protetti, l’attività imprenditoriale è focalizzata sull’innovazione piuttosto che sulla predazione. Un riferimento iniziale è WJ Baumol (1990): “Entrepreneurship: Productive, unproductive, and destructive”, Journal of Political Economy, 98, 5, pp. 893-921

[ 2 ] R. Nurkse (1944). “International Currency Experience”. Geneva: League of Nations.

[ 3 ] R. Mundell, ‘Optimum Currency Areas’, Columbia University (versione estesa presentata a uno luncheon speech alla Tel Aviv University, December 5, 1997)

[ 4] Cfr. , tra gli altri, P. Lane ( 2006): “The real effects of EMU”, CEPR Discussion Paper No. 5536. Il documento afferma che ” l’EMU ha infatti contribuito a una maggiore integrazione economica – tuttavia i legami economici con il resto del mondo sono stati anch’essi in forte crescita, in modo che l’importanza relativa del commercio intra-EMU non è aumentato drammaticamente”.

[5 ] Per citare il Rapporto Delors: “Entro certi limiti le forze di mercato possono esercitare una influenza disciplinante [ … ] Tuttavia, i vincoli imposti dalle forze di mercato potrebbero essere o troppo lenti e deboli o troppo improvvisi e dirompenti”. Bayoumi et al. (1995 ) tuttavia forniscono alcune prove a favore della disciplina di mercato su dati degli Stati Uniti, vedi T. Bayoumi, M. Goldstein e G. Woglom (1995 ): “Do credit markets discipline sovereign borrowers? Evidence from U.S. States”, Journal of Money, Credit and Banking, 27, 4, pp. 1046-1059.


Fonti: Video, Versione inglese

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