Draghi: l’euro è la base per il nostro futuro

Intervista di Le Journal du Dimanche
a Mario Draghi, Presidente della BCE,
15 Dicembre 2013

Versione inglese

L’Europa sta, finalmente, tornando alla crescita?

La crescita è tornata, ma non è certamente molto forte. E’ modesta, fragile e diseguale. La Germania sta facendo bene; Francia, Italia e Spagna stanno migliorando; le cose non stanno andando così bene in Olanda; e Grecia e Portogallo rimangono sotto pressione. La disoccupazione è ancora troppo alta, ma sembra essersi stabilizzata ad una media di circa il 12%. Prevediamo che la crescita nella zona euro sarà dell’1,1% l’anno prossimo e dell’1,5% nel 2015.

Che cosa sta guidando la ripresa?

Guardando le cifre, possiamo vedere che le esportazioni sono di nuovo in ripresa e – questa  è una novità – i consumi stanno riprendendo. Vari fattori hanno giocato un ruolo in questo. Prima di tutto, la nostra politica monetaria, che è rimasta accomodante dal 2011, sta cominciando a produrre i suoi frutti. Gli impegni che abbiamo assunto sulla direzione futura della nostra politica monetaria e la nostra decisione in novembre di tagliare il tasso sull’MRO (Main Refinancing Operations – operazioni principali di rifinanziamento) allo 0,25%, il secondo taglio del 2013, hanno contribuito a questo. L’incertezza si sta riducendo, il che dovrebbe contribuire a stimolare gli investimenti e incoraggiare le banche a concedere prestiti. Anche il potere d’acquisto è migliorato a seguito del calo dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari.

Pensa che sia necessario tracciare una linea sul debito greco perché il paese possa uscire della sua situazione attuale?

Il programma di riforme messo in atto con l’aiuto del FMI e della Commissione in collaborazione con la BCE sembra dare frutti. Esamineremo situazione di bilancio della Grecia e il suo andamento a inizio anno. Il popolo greco ha già fatto grandi sacrifici e spero che il paese raggiungerà avanzi di bilancio (a parte il peso degli interessi sul debito) a partire dal prossimo anno. Tuttavia, le riforme devono continuare.

Ritiene che l’amara pillola di austerità imposta ai paesi della zona euro per affrontare la crisi del debito sia stata la soluzione giusta, l’unica risposta accettabile?

L’austerità è stata essenziale, perché era la necessaria risposta a una delle più gravi crisi finanziarie che abbiamo mai visto. Prima del 2010 il mondo in cui vivevamo era in un certo senso irreale. I nostri creditori, gli investitori istituzionali, non distinguevano tra credito alla Grecia e credito alla Germania. Quando la gente cominciò ad avere dubbi sulla solvibilità della Grecia, tutto questo è finito. Gli investitori istituzionali hanno iniziato a ri-valutare i profili di rischio di tutti i paesi della UE. Sappiamo cos’è successo dopo: gli spread sui tassi di prestito hanno cominciato a salire, distinguendo tra i paesi giudicati sicuri (e quindi meritevoli di credito) e gli altri. Questa crisi ci ha insegnato una lezione. Essa ci ha insegnato che non possiamo generare nè sviluppo sostenibile nè un’equa distribuzione del benessere accumulando debito. E ci ha anche costretti a concentrarci sui fondamentali per verificare la solidità di ogni singola economia. In quel momento ci siamo resi conto che era giunto il momento per le riforme strutturali. Senza la crisi avremmo potuto concederci più tempo per la loro attuazione, e avremmo potuto accompagnare i piani di austerità con misure di stimolo. Ma, poichè tutto questo non era stato fatto in precedenza, quando avremmo avuto il tempo, le riforme hanno dovuto essere attuate in emergenza e in maniera dolorosa.

Pierre Moscovici, il nostro ministro dell’Economia, ritiene che la Francia è vittima di un “French bashing” (dare addosso alla Francia), dato che la Francia ha ridotto il suo deficit e avviato riforme fondamentali. Cosa ne pensa?

Sono stati fatti notevoli sforzi, ma è importante che la Francia continui lungo il percorso delle riforme già intraprese. Il governo e il popolo francese sono consapevoli di questo. La competitività rimane insufficiente, e i miglioramenti delle finanze pubbliche non devono più basarsi su aumenti delle tasse. La Francia ha bisogno di tornare alla stabilità fiscale in modo che le imprese inizino nuovamente a investire.

Va bene che la Germania, il vero motore della crescita europea, non condivida i frutti della sua crescita con i suoi vicini per favorire una ripresa con basi più vaste?

Il vero problema qui è leggermente diverso. Dobbiamo cercare di capire perché la Germania sta facendo meglio dei suoi vicini. La risposta è che la Germania si è data i mezzi per essere più competitiva grazie alle sue audaci riforme strutturali. Nei primi anni 2000, la Germania ha lanciato le riforme del mercato del lavoro. Rimane un esempio da seguire per gli altri paesi europei. La sua performance si basa sulla grande forza delle sue piccole e medie imprese (PMI), che esportano e innovano. Questa piattaforma va preservata. Ma la Germania non deve riposare sugli allori e deve favorire gli investimenti, in particolare gli investimenti nelle infrastrutture.

Quali sono le prospettive per l’Europa, dal momento che la crescita non sta creando posti di lavoro?

La disoccupazione è in effetti il problema numero uno per i governi dei paesi europei – a cominciare dalla occupazione giovanile. Siamo troppo inclini a pensare che l’industria rimane il fattore chiave dell’occupazione, quando in realtà sono i servizi a creare la maggior parte del lavoro. Questo è in parte dovuto al fatto che i servizi sono stati meno esposti alla concorrenza rispetto al settore industriale.

Le banche vengono criticate per aver smesso di finanziare l’economia. Cosa sta facendo per incoraggiarle a prestare?

Due anni fa abbiamo fornito loro 1 trilione di euro sotto forma di prestiti triennali, alcuni dei quali già restituiti, e da allora abbiamo ridotto i nostri tassi di interesse più volte. Le banche spossono rifinanziare i loro prestiti alle imprese con fondi ottenuti dalla BCE. Questo ha dato loro spazio per respirare. Alcune di loro hanno ricevuto assistenza, e sono state in grado di aumentare il loro capitale.

Ora dobbiamo convincerle a prendere i tipi di rischio che sono benefici per l’economia, in particolare i prestiti alle PMI. Ma va anche notato che la domanda di credito è diminuita. Alcune aziende, avendo un calo delle vendite e mancanza di chiarezza sul futuro, sono titubanti a investire, mentre le grandi aziende sempre più si rivolgono direttamente ai mercati, finanziandosi mediante l’emissione di obbligazioni. Lo scorso anno l’emissione di obbligazioni da parte di tali imprese è stata pari a 34 miliardi di euro, il che ha compensato la contrazione dei prestiti di circa 20 miliardi di euro.

Il lavoro di supervisione bancaria di cui la BCE è stata incaricata rivelerà la presenza di una Lehman Brothers tra i gruppi bancari in Europa?

E’ difficile dirlo in questa fase. Paesi come Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, a cui è stata data assistenza finanziaria, hanno già provveduto a consolidare le loro reti bancarie. Inoltre le autorità di vigilanza hanno chiesto alle loro banche di prevedere accantonamenti per i prestiti in sofferenza (non-performing loans) e di aumentare il loro capitale per garantire la loro solvibilità. Ma, certo, abbiamo bisogno di conoscere la situazione esatta, e nel 2014 questa sarà la priorità del nuovo meccanismo di vigilanza bancaria europea, che sarà guidato da Danièle Nouÿ.

La BCE ha fatto tutto il possibile per stimolare la crescita?

Nell’ambito del nostro mandato, sì. E siamo sempre pronti e in grado di agire ancora in seguito. Abbiamo già implementato alcuni dei nostri strumenti nel contesto di una politica monetaria accomodante, nonostante alcune persone ci abbiano accusato di prendere rischi enormi e mettere a rischio la stabilità dei prezzi. Non abbiamo visto nulla del genere. Al contrario, la nostra azione ha avuto l’effetto desiderato. E oggi restiamo altrettanto determinati a garantire la stabilità dei prezzi e salvaguardare l’integrità dell’euro. Ma la BCE non può fare tutto da sola. Noi non faremo il lavoro dei governi al posto loro. Spetta a loro intraprendere le riforme fondamentali, sostenere l’innovazione e gestire la spesa pubblica – in breve: tirar fuori nuovi modelli di crescita.

La BCE non è prigioniera della ortodossia di bilancio tedesca, nella  interpretazione del suo mandato?

La BCE agisce ai sensi dei Trattati, che sono stati ratificati da tutti i paesi europei. I Trattati richiedono che ogni paese garantisca la sostenibilità delle sue finanze pubbliche. E questa è una questione di buon senso. Guardate cosa è successo quando la credibilità delle finanze pubbliche di alcuni paesi si è deteriorata al punto che è stato compromesso il loro accesso al mercato. Hanno dovuto sottoporsi ai dolorosi programmi di aggiustamento a cui lei ha appena fatto riferimento. Sono i livelli di debito e deficit insostenibili a rendere i paesi prigionieri dei mercati.

Alcune persone vorrebbero vedere la BCE combattere la disoccupazione, come la Federal Reserve. Perché vi rifiutate di farlo?

Il nostro compito principale è mantenere la stabilità dei prezzi. Naturalmente, nella misura in cui le nostre azioni stabilizzano l’economia, aiutano a ridurre la disoccupazione. Tuttavia, noi non siamo in grado di ridurre il livello strutturale della disoccupazione, che dipende dal buon funzionamento del mercato del lavoro e dalla sua capacità di integrare meglio coloro che sono stati esclusi. Basta prendere l’esempio della crescita tedesca, che non è venuta dalla riduzione dei nostri tassi di interesse (anche se questo avrà aiutato), ma piuttosto dalle riforme degli anni precedenti.

L’euro si è rafforzato notevolmente nei confronti del dollaro. Cosa state facendo per contrastare questo e rendere l’euro più competitivo?

Non ho alcun desiderio di speculare su quale sia il giusto tasso di cambio euro/dollaro USA. Non abbiamo obiettivi in ​​termini di tassi di cambio. Tuttavia, riconosco che un tasso di cambio elevato ha conseguenze per la crescita e l’inflazione in Europa.

Che cosa è da temere di più: la deflazione o un ritorno dell’inflazione?

Né l’uno né l’altro. Noi non stiamo sperimentando deflazione. I prezzi non sono in calo in modo sufficientemente forte o generalizzato da comportare il rinvio degli acquisti e degli investimenti, e quindi il tipo di rallentamento economico che abbiamo visto in Giappone. L’inflazione è a un livello basso, ben al di sotto della soglia del 2%, e dovrebbe rimanere debole fino al 2015. Ecco perché abbiamo deciso di ridurre i tassi di interesse di riferimento, per avere un cuscinetto di sicurezza per frenare il calo.

Che risposta avete per il crescente numero di europei che non vogliono più l’euro?

Vorrei dire loro che l’euro è la base per il nostro futuro. L’euro è una moneta sana e sta totalmente assolvendo il suo ruolo, ma soffre il fatto che la nostra unione monetaria è incompleta e imperfetta. Dobbiamo completare la nostra unione monetaria se vogliamo raggiungere veramente stabilità duratura e prosperità in Europa. Prima di tutto dobbiamo procedere con l’unione bancaria e completare i programmi di riduzione del deficit e di riforma che abbiamo intrapreso. L’argomento populista che, lasciando l’euro, l’economia nazionale beneficerà immediatamente di una svalutazione competitiva, come ha fatto nei bei vecchi tempi, non regge. Se tutti cercano di svalutare la loro moneta, non giova a nessuno. In definitiva, la strada per la prosperità passa sempre attraverso le riforme e la ricerca della produttività e dell’innovazione.

Avete paura di un voto anti-europeo nelle elezioni maggio ?

Mi aspetto una presenza anti-europea più forte che nel Parlamento europeo attuale. Dobbiamo essere consapevoli di questo e rispondere alla sfiducia che si è radicata nell’opinione pubblica sul progetto europeo e le sue istituzioni. Non c’è dubbio che i movimenti populisti stanno capitalizzando su quel sentimento, ma ci sono anche persone che sono veramente deluse. Spetta a noi di spiegare perché l’euro è stato e rimane un segno di progresso, una moneta per il futuro. Spetta a noi ricordare che l’integrazione europea si è  dimostrata il miglior modo di salvaguardare la pace. Ma abbiamo anche bisogno di dare alla nostra comunità un rinnovato senso di prospettiva – spiegare che più Europa e una maggiore integrazione possono contribuire al progresso, alla ripresa economica e alla prosperità. Dobbiamo dare alla gente nuova speranza.

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