Conferenza stampa 6 marzo 2014

Mario Draghi, Presidente della BCE, Vítor Constâncio, Vice-Presidente della BCE, Francoforte sul Meno, 6 Marzo 2014

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Dichiarazione introduttiva

Signore e signori, il Vice-Presidente ed io siamo molto lieti di darvi il benvenuto alla nostra conferenza stampa. Passiamo ora a riferire sull’esito della riunione odierna del Consiglio direttivo.

Sulla base delle nostre regolari analisi economica e monetaria, abbiamo deciso di mantenere invariati i tassi di interesse di riferimento della BCE. I dati in arrivo confermano che la moderata ripresa dell’economia dell’area euro sta procedendo secondo la nostra precedente valutazione. Al tempo stesso, le ultime proiezioni macroeconomiche dello staff  della BCE, che ora coprono il periodo fino alla fine del 2016, confermano le precedenti aspettative di un prolungato periodo di bassa inflazione, seguito da un graduale movimento al rialzo dei tassi di inflazione HICP verso livelli più vicini al 2%. In linea con questo quadro, le dinamiche monetarie e creditizie rimangono sottotono. Le aspettative di inflazione per l’area euro nel medio-lungo periodo continuano a mantenersi saldamente ancorate, in linea con il nostro obiettivo di mantenere i tassi di inflazione inferiori ma prossimi al 2%.

Per quanto riguarda le prospettive a medio termine per i prezzi e la crescita, le informazioni e le analisi oggi disponibili confermano pienamente la nostra decisione di mantenere una politica monetaria accomodante per tutto il tempo necessario. Questo aiuterà la graduale ripresa economica nella zona euro. Ribadiamo fermamente la nostra forward guidance. Continuiamo a prevedere che i tassi di interesse della BCE restino ai livelli attuali o a livelli più bassi per un periodo prolungato di tempo. Tale aspettativa si basa su una prospettiva sottotono per l’inflazione estesa al medio termine, data la debolezza dell’economia, l’elevato grado di capacità produttiva inutilizzata e la modesta creazione di denaro e credito.

Stiamo monitorando attentamente gli sviluppi sui mercati monetari e siamo pronti a prendere in considerazione tutti gli strumenti a nostra disposizione. Nel complesso, rimaniamo fermamente determinati a mantenere l’elevato grado di accomodamento monetario e ad adottare ulteriori misure decisive se necessario.

Vorrei ora spiegare la nostra valutazione in maggior dettaglio, partendo dall’analisi economica. Nel corso dell’ultimo trimestre del 2013 il PIL reale dell’area euro è aumentato dello 0,3% sul trimestre precedente, aumentando così per tre trimestri consecutivi. L’andamento degli indicatori sulla fiducia fino a febbraio è in linea con una prosecuzione di tale moderata crescita anche nel primo trimestre di quest’anno. Guardando avanti, si prevede che la ripresa in atto proceda, anche se a ritmo lento. In particolare, dovrebbe concretizzarsi un ulteriore miglioramento della domanda interna, sostenuta dalla politica monetaria accomodante, dal miglioramento delle condizioni di finanziamento e dai progressi compiuti nel consolidamento fiscale e nelle riforme strutturali. Inoltre, i redditi reali sono supportati da prezzi dell’energia più bassi. Inoltre l’attività economica dovrebbe beneficiare di un graduale rafforzamento della domanda di esportazioni dall’area euro. Allo stesso tempo, la disoccupazione nell’area, anche se si sta stabilizzando, rimane alta, e i necessari aggiustamenti di bilancio nei settori pubblico e privato continueranno a pesare sul ritmo della ripresa economica.

Tale valutazione è ampiamente riflessa nelle proiezioni macroeconomiche per l’area euro di marzo 2014 dello staff della BCE, che prevedono il PIL reale annuale in aumento dell’1,2% nel 2014, dell’1,5% nel 2015 e dell’1,8% nel 2016. Rispetto alle proiezioni di dicembre 2013 degli esperti dell’Eurosistema, la proiezione di crescita del PIL reale per il 2014 è stata rivista leggermente verso l’alto.

I rischi sulle prospettive economiche per l’area euro continuano ad essere orientati verso il basso. L’andamento dei mercati finanziari globali e delle economie di mercato emergenti, così come i rischi geopolitici, possono influenzare negativamente le condizioni economiche. Altri rischi al ribasso vengono da una domanda interna e da una crescita delle esportazioni più deboli del previsto e dalla insufficiente attuazione delle riforme strutturali nei paesi dell’area euro.

Secondo la stima flash di Eurostat, l’inflazione HICP nell’area euro è stata dello 0,8% nel mese di febbraio 2014, invariata rispetto al risultato (rivisto al rialzo) del mese di gennaio. Mentre i prezzi dell’energia sono scesi nel mese di febbraio più che nel mese precedente, gli aumenti dei prezzi dei beni e servizi industriali sono cresciuti rispetto a gennaio. Sulla base delle informazioni attuali e dei prezzi prevalenti dei futures per l’energia, l’inflazione HICP  dovrebbe rimanere intorno ai livelli attuali anche nei prossimi mesi. In seguito, i tassi di inflazione dovrebbero aumentare gradualmente e raggiungere livelli più vicini al 2%, in linea con le aspettative di inflazione per l’area euro nel medio-lungo termine.

Tale valutazione è anche ampiamente confermata dalle proiezioni macroeconomiche per l’area euro di marzo 2014 dello staff della BCE, che prevedono l’inflazione HICP all’1,0% nel 2014, all’1,3% nel 2015 e all’1,5% nel 2016. Nell’ultimo trimestre del 2016, l’inflazione HICP è prevista all’1,7%. Rispetto alle previsioni di dicembre 2013 dell’Eurosistema, la proiezione per l’inflazione per il 2014 è stata rivista leggermente al ribasso. A proposito della prima pubblicazione delle proiezioni macroeconomiche dello staff della BCE di marzo 2014 con orizzonte triennale, va sottolineato che le proiezioni sono legate a una serie di ipotesi tecniche, tra cui tassi di cambio invariati e calo dei prezzi del petrolio, e che l’incertezza delle proiezioni aumenta con la lunghezza dell’orizzonte temporale di riferimento.

Per quanto riguarda la valutazione dei rischi, il Consiglio direttivo vede i rischi di inflazione, sia al rialzo che al ribasso, come limitati e sostanzialmente bilanciati nel medio periodo.

Passando all’analisi monetaria, i dati di gennaio 2014 confermano la crescita modesta dell’aggregato monetario ampio (M3) e del credito. La crescita annua di M3 è stata di 1,2% nel mese di gennaio, rispetto all’1,0% di dicembre. L’afflusso mensile in M3 nel mese di gennaio è stato notevole, compensando il forte deflusso di dicembre. L’aumento della crescita di M3 riflette un tasso di crescita annuale più forte di M1, che è salito al 6,2% dal 5,7% di dicembre. Come nei mesi precedenti, il principale fattore di sostegno alla crescita annua di M3 è stato un incremento della posizione patrimoniale netta sull’estero delle IFM , che ha continuato a riflettere il crescente interesse degli investitori internazionali verso attività dell’area euro. Il tasso di variazione dei prestiti al settore privato ha continuato a contrarsi. Il tasso di variazione dei prestiti alle società non finanziarie (corretti per cessioni e cartolarizzazioni) è stato di -2,9% a gennaio, invariato rispetto al mese di dicembre. La debole dinamica dei prestiti alle società non finanziarie continua a riflettere un rapporto ritardato con il ciclo economico, il rischio di credito e l’aggiustamento in corso dei bilanci del settore finanziario e non finanziario. Il tasso di crescita sui dodici mesi dei prestiti alle famiglie (corretti per cessioni e cartolarizzazioni) si è attestato all0 0,2% nel mese di gennaio 2014, sostanzialmente invariato dall’inizio del 2013.

Dall’estate del 2012, notevoli progressi sono avvenuti nelle condizioni di  finanziamento delle banche. Al fine di garantire un’adeguata trasmissione della politica monetaria alle condizioni di finanziamento nei paesi dell’area euro, è essenziale che la frammentazione dei mercati creditizi dell’area diminuisca ancora e che la resilienza delle banche sia rafforzata dove necessario. Questo è l’obiettivo della Valutazione Globale che la BCE sta svolgendo. La tempestiva attuazione di ulteriori misure per l’unione bancaria contribuirà a ripristinare ulteriormente la fiducia nel sistema finanziario.

In sintesi, l’analisi economica conferma la nostra aspettativa di un prolungato periodo di bassa inflazione, che sarà seguito da un graduale movimento al rialzo verso livelli di inflazione vicini al 2%. La verifica incrociata con i segnali provenienti dall’analisi monetaria conferma il quadro di debole pressione sui prezzi nell’area euro nel medio termine.

Per quanto riguarda le politiche fiscali, le proiezioni macroeconomiche dello staff della BCE indicano continui progressi nella riduzione degli squilibri di bilancio nella zona euro. Si calcola che il disavanzo pubblico aggregato della zona euro sia sceso al 3,2% del PIL nel 2013 e che venga ulteriormente ridotto al 2,7% del PIL quest’anno. Il debito delle Amministrazioni Pubbliche dovrebbe raggiungere il picco del 93,5% del PIL nel 2014, per poi diminuire lievemente nel 2015. Guardando avanti, i paesi dell’area euro non dovrebbero disfare gli sforzi di risanamento del passato e dovrebbero mettere gli alti rapporti debito/PIL su una traiettoria discendente nel medio termine. Le strategie fiscali dovrebbero essere in linea con il Patto di stabilità e crescita e dovrebbero garantire una composizione del consolidamento favorevole alla crescita, unendo il miglioramento della qualità e dell’efficienza dei servizi pubblici con la minimizzazione degli effetti distorsivi della tassazione. Le autorità nazionali dovrebbero inoltre continuare con la decisiva attuazione delle riforme strutturali in tutti i paesi dell’area euro. Queste riforme dovrebbero mirare, in particolare, a rendere più facile fare impresa e ad incrementare l’occupazione, aumentando così il potenziale di crescita e riducendo la disoccupazione. A tal fine, il Consiglio direttivo accoglie con favore la comunicazione della Commissione europea di ieri sulla prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici e sulla procedura per i disavanzi eccessivi. Per il futuro è fondamentale che il quadro di sorveglianza macroeconomica nella zona euro, che è stato notevolmente rafforzato sulla scia della crisi del debito sovrano, sia attuato pienamente e in modo coerente.

Ora siamo a vostra disposizione per le domande.

Domande e risposte

1(Brian Blackstone, WSJ) Lei aveva posto molta enfasi su questo incontro. Aveva detto che oggi avreste avuto le informazioni di cui avevate bisogno su una varietà di fattori che influenzano la vostra funzione di reazione, e non avete fatto niente. Avete detto che siete pronti a prendere azioni decisive, se necessario, ma presumibilmente tutte le banche centrali sono pronte a prendere azioni decisive se necessario. Dato che non avete fatto nulla oggi, non è forse ragionevole, per gli investitori e il pubblico, supporre che, salvo qualche grande shock esterno, non agirete più?
La mia seconda domanda è sull’euro. Lei ha detto che le vostre previsioni sull’inflazione assumono un cambio invariato dell’euro. Fino a che punto la forza dell’euro danneggia le vostre prospettive di inflazione? E siete sorpresi della sua forza, rispetto alla debolezza della ripresa nell’eurozona e al fatto che la vostra forward guidance promette una linea accomodante?

Draghi – Le ragioni delle decisioni del Consiglio direttivo di oggi sono le seguenti. Anzitutto, abbiamo visto il nostro scenario di base a grandi linee confermato. Continua una modesta ripresa. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno abbiamo avuto un aumento del PIL dello 0,3%, dopo due trimestri consecutivi di crescita positiva. Le notizie in arrivo dopo l’ultima riunione di politica monetaria sono, direi, in linea di massima positive. Permettetemi di darvi alcuni dati, non tutti. I dati PMI compositi appena usciti sono i migliori da due anni e mezzo. Anche il PMI dei servizi è piuttosto buono: questo è molto importante perché la creazione di posti di lavoro avviene prevalentemente nel settore dei servizi. Se guardiamo alla fiducia dei consumatori, vediamo che il divario tra la Germania e i paesi in difficoltà, in particolare Spagna e Italia, si sta in effetti riducendo. Lo stesso risulta dai dati sulla fiducia economica prodotti dalla Commissione Europea. Il tasso di disoccupazione è ancora alto, ma si è stabilizzato. Da ormai un paio di mesi la disoccupazione ha smesso di salire. In realtà alcuni dati – dati locali, come la caduta di 2 punti percentuali della disoccupazione in Portogallo – sono abbastanza sorprendenti. Abbiamo anche visto che i dati sull’occupazione stanno timidamente salendo. Detto questo, i rischi sono ancora al ribasso. Ma, insomma, osservata la mole di informazioni che avevamo di fronte dopo l’ultima riunione di politica monetaria, abbiamo ritenuto di mantenere accomodante la nostra politica monetaria. La nostra forward guidance è confermata: i tassi di interesse resteranno al livello attuale o inferiore per un periodo di tempo prolungato. E ci siamo chiesti se le contingenze a cui ho accennato l’ultima volta come ragioni per prendere ulteriori misure di politica monetaria, si fossero verificate. Come ricorderete, una di queste contingenze è un inasprimento indesiderato della curva a breve termine del mercato monetario: abbiamo avuto una ulteriore normalizzazione delle condizioni su questo fronte. L’altra contingenza era un significativo peggioramento delle prospettive a medio termine per la stabilità dei prezzi – per le prospettive di inflazione – e anche questo, non si è verificato. Quindi, tutto considerato, in base alla attuale serie di dati, il Consiglio direttivo ha deciso di non agire oggi.
Sulla seconda questione, cominciamo con la dichiarazione standard: per noi il tasso di cambio non è un obiettivo di politica monetaria. Ma il tasso di cambio è molto importante per la crescita e per la stabilità dei prezzi. Se guardiamo indietro al tasso di cambio nel 2012 e poi guardiamo al tasso di cambio di oggi e ci chiediamo quanto questo abbia pesato sulla la bassa inflazione attuale, arriviamo a una cifra di circa 0,4 punti percentuali. Tornerò sul punto se ci saranno domande sull’inflazione, ma questa è una dichiarazione significativa su quanto il tasso di cambio può influenzare il nostro obiettivo di stabilità dei prezzi.

2(Leika Kihara, Reuters) Io di solito seguo la Banca del Giappone. Due domande. La prima: c’erano aspettative nel mercato che la BCE potesse decidere oggi di fermare la sterilizzazione del Securities Markets Programme (SMP). C’è qualche motivo per cui questo non è stato deciso oggi?
Seconda: ho seguito la Banca del Giappone per 15 anni e ho visto il Giappone scivolare in deflazione, restarci e soffrirne. So che non è bene tracciare un legame diretto tra il Giappone e l’area euro, che è molto diversa per i motivi detti alla vostro conferenza stampa il mese scorso, ma quali sono i principali insegnamenti che lei pensa l’area euro può trarre dall’esperienza del Giappone? Me lo chiedo perché lei dice che le aspettative di inflazione a lungo termine sono ben ancorate. Tuttavia, le aspettative di inflazione sono molto difficili da misurare, e anche in Giappone le aspettative di inflazione a lungo termine sono rimaste molto stabili, anche quando il paese è stato colpito dalla deflazione. Inoltre, la Banca del Giappone ha portato i tassi di interesse a zero e ha inondato i mercati di liquidità per combattere la deflazione, ma questo non ha alzato i prezzi. Pertanto, mi chiedo se il taglio dei tassi o l’introduzione di misure di stimolo nella zona euro possa servire a evitare di scivolare in deflazione. Vorrei sapere in cosa il meccanismo di trasmissione è diverso da quello giapponese.

Draghi – In risposta alla sua prima domanda, la sospensione della sterilizzazione dell’SMP è uno degli strumenti della nostra lista. Tuttavia non abbiamo visto sviluppi nel mercato monetario tali da provocare un inasprimento indesiderato delle condizioni monetarie e da  giustificare l’uso di questo strumento. Inoltre, i benefici della sterilizzazione sono relativamente limitati, data, per esempio, la scadenza a breve dei titoli attualmente nel portafoglio SMP. L’iniezione netta di liquidità può durare solo per un tempo relativamente breve, meno di un anno. Tuttavia continueremo a monitorare la situazione e a considerare  questo come altri strumenti nel nostro catalogo.
Per quanto riguarda il confronto con il Giappone, ne ho già parlato altre volte. La situazione nella zona euro è diversa, perché le aspettative di inflazione sono saldamente ancorate, mentre non lo erano in Giappone, dove ad un certo punto si sono disancorate. Lei ha ragione: le aspettative di inflazione a medio e lungo termine sono difficili da misurare, ma questa è la misura che la BCE ha utilizzato quando l’inflazione era alta e la sta usando ora che è bassa. In entrambe le occasioni ci sono state discussioni sulla validità di queste aspettative. Potrebbero disancorarsi sia verso l’alto che verso il basso, ma in linea di massima, dalla istituzione della BCE, ci hanno aiutato a centrare il nostro obiettivo di inflazione sotto ma vicino al 2%. Pertanto, la misurazione delle aspettative di inflazione che abbiamo usato ha contribuito alla nostra credibilità nel conseguire l’obiettivo di inflazione. Ci sono anche altri motivi per cui la situazione nella zona euro è diversa da quella del Giappone. In primo luogo, abbiamo adottato tempestive misure di politica monetaria per diversi anni e lo stiamo ancora facendo. Sono diversi anni ormai che continuiamo a prendere provvedimenti. Ogni volta venite qui con l’aspettativa che noi agiamo e siete un po’ delusi quando non lo facciamo. Tuttavia, siamo tutt’altro che inattivi. In secondo luogo, la condizione dei bilanci sia delle società che delle banche nell’area euro oggi non è quella che c’era in Giappone alla fine del 1990 e nei primi anni 2000. Abbiamo anche monitorato altre statistiche, per esempio, la percentuale di merci o servizi con prezzi in calo, cioè con inflazione negativa o inferiore all’1%. E le percentuali che stiamo monitorando sono molto più basse di quelle del Giappone quando il paese è stato colpito da deflazione. Tutto sommato, riteniamo che la situazione nella zona euro sia diversa e ci sono altre ragioni che spiegano il nostro basso livello di inflazione. Ho accennato prima ai fattori globali in gioco, ad esempio i bassi prezzi dell’energia. Il contributo medio storico all’inflazione dei prezzi dell’energia è di 0,5 punti percentuali. Più in particolare, nei primi mesi del 2012 questo contributo è stato di 1 punto percentuale, mentre nel febbraio 2014 è stato di -0.3 punti percentuali. Ciò significa che due terzi della caduta dell’1,9% dell’inflazione HICP dal primo trimestre del 2012 possono essere attribuiti ai prezzi dell’energia più bassi. Ho anche detto del tasso di cambio come altro fattore in gioco. Nel caso del Giappone i fattori globali ebbero un ruolo molto minore. C’è anche un’altra dimensione: parte di questa bassa inflazione è dovuta ad aggiustamenti relativi dei prezzi dei paesi sotto stress che, prima della crisi, avevano sperimentato gravi squilibri che andavano corretti.

3(Johanna Treeck, Market News) Mr Draghi prima lei ha descritto molto chiaramente gli argomenti per cui oggi avete deciso di non tagliare i tassi di interesse. Mi chiedo se tutti i suoi colleghi sottoscrivono questi argomenti, o se alcuni membri del Consiglio direttivo hanno spinto per un taglio dei tassi oggi, e – se sì – quanto condivisa è stata la decisione.
La mia seconda domanda è sugli sviluppi del credito nell’area euro: durante l’ultima conferenza stampa lei ha espresso la speranza che, nelle settimane successive, si potessero  effettivamente vedere dei segnali positivi dal credito. Mi chiedo se è stato deluso dai dati su M3 e cosa si aspetta nelle prossime settimane.

Draghi – Sulla prima questione. Sì, in effetti, abbiamo avuto un ampio dibattito su tassi di interesse e altri strumenti di politica monetaria. Un punto chiave che vorrei evidenziare è l’attenzione che nel corso della discussione ha ricevuto la presenza di uno slack (abbassamento di livello) nell’economia. Con slack intendiamo un basso tasso di utilizzo della capacità produttiva, un output gap, che è davvero difficile da misurare. Ma, qualsiasi misura si voglia prendere, è abbastanza ampio ed si stima, nella situazione attuale, che si possa chiudere solo molto lentamente. Quindi, il nostro orientamento di politica monetaria, che dice che i tassi di interesse rimarranno al livello attuale o inferiore, continuerà a valere anche se ci sarà un miglioramento dell’economia, proprio per lo slack esistente. Questo è  stato davvero il punto di maggior consenso, se non di unanimità, nella discussione che abbiamo avuto. Questa politica monetaria resterà in vigore anche dopo che avremo visto  miglioramenti nell’economia, nel flusso di dati economici, perché abbiamo un grosso slack che pesa sull’economia.
Sul secondo punto, è sempre una questione di come si vede il bicchiere. Mi ha chiesto se ero deluso dagli sviluppi di credito: è come il bicchiere che può esser visto come mezzo vuoto o mezzo pieno. Abbiamo visto una stabilizzazione dei flussi di credito e abbiamo visto un aumento di M3. A proposito, nel mese di dicembre M1 era basso anche a causa di particolari fattori stagionali. Ho spiegato più volte come dovremmo guardare alla frammentazione. Continuiamo a vedere qualche miglioramento anche su questo fronte. In particolare, anche se i tassi di interesse sui prestiti rimangono più alti nei paesi stressed che nei paesi core, e più alti per le piccole e medie imprese (PMI) che per le grandi imprese, abbiamo visto una certa convergenza dei tassi sui prestiti, qualche timida, direi, lieve convergenza. Abbiamo visto anche un altro fattore, e cioè che l’emissione di obbligazioni societarie ha compensato completamente il calo del credito bancario, che è – in certa misura – una notizia positiva, ma non dobbiamo ricavarne troppo per due ragioni. Una è che sappiamo fin troppo bene che le PMI di solito non accedono ai mercati dei capitali, non possono emettere obbligazioni sul mercato dei capitali – se si escludono quei “mini bond” che sento vengono emessi in Italia, ma è ancora un progetto molto sperimentale – e la seconda è che gran parte di questa emissione di obbligazioni societarie è concentrata nei paesi core, in Francia. Non è concentrata in paesi stressed, fondamentalmente.

4(Alessandro Merli, Il Sole24ore) Lei ha menzionato i fattori geo-politici. Fino a che punto sono stati importanti nella sua decisione di oggi? Che impatto hanno avuto questi fattori geo-politici, come l’Ucraina, sulla vostra decisione di oggi? E vorrei anche chiedere degli sviluppi nei mercati emergenti. Lei ha commentato anche in precedenza sul tema, ma la situazione sembra essere di disagio prolungato.
L’altra domanda riguarda ancora il credito: difficilmente ci può essere ripresa senza credito. In passato lei ha accennato a diverse possibili misure, come rivitalizzare gli ABS, o liquidità mirata o condizionata al credito. Sono misure ancora sul tavolo? Lei ne ha parlato per molto tempo ormai. Sono ancora sul tavolo o le avete accantonate?

Draghi – Sulla prima domanda: come avete visto, l’impatto della situazione dei mercati emergenti sull’area euro finora è stato attutito. In realtà ci sono stati flussi nella zona euro che hanno ridotto gli spread di alcuni paesi stressed. E’ sempre più chiaro che la situazione dei paesi emergenti dipende, in larga misura, dalle politiche economiche che non sono state intraprese, o che sono state intraprese in modo sbagliato, nelle più vulnerabili tra queste economie emergenti. E, come credo di aver detto l’ultima volta, non possiamo certo ignorare questo fatto, cioè che le nostre decisioni di politica monetaria hanno spillover (effetti che traboccano ricadendo su altre economie), e quindi una migliore comunicazione è certamente in atto e la dobbiamo perseguire. Ma la migliore assicurazione contro gli spillover sono le buone politiche economiche. E istituzioni finanziarie internazionali come l’IMF dovrebbero e potrebbero creare reti di sicurezza per aiutare alcuni di questi paesi a far fronte a queste ricadute. Quindi ci sono tre gruppi di attori: i governi nazionali e l’IMF sono i principali attori, perché le banche centrali agiscono all’interno dei loro mandati nazionali e devono agire in piena indipendenza. Se guardiamo alla situazione in Ucraina da un punto di vista puramente tecnocratico, e guardiamo alla quantità degli scambi di beni, servizi, servizi finanziari e flussi di capitale, dobbiamo dire che le interconnessioni non sono così importanti da suggerire un forte contagio da quella regione. Tuttavia, questo sarebbe un modo limitato di guardare alla situazione, perché i rischi geopolitici nella zona potrebbero diventare rapidamente sostanziali e generare sviluppi imprevedibili e, potenzialmente, di grande importanza.
Sulla ripresa del credito, lei ha assolutamente ragione: abbiamo accennato in diverse occasioni a varie misure. Una era la rivitalizzazione del mercato degli ABS, e un’altra il finanziamento mirato al prestito. E un terzo potrebbe essere il QE. Non abbiamo accantonato questi progetti: stiamo continuando a rifletterci e continueremo a lavorarci. Ma è necesario tempo, perché non sono questioni facili. Se consideriamo solo la rivitalizzazione del mercato ABS, ci sono molte cose che devono cambiare nella regolazione e nella legislazione. Oggi i requisiti patrimoniali per gli ABS discriminano gli ABS in modo sfavorevole rispetto ad altri strumenti con simile grado di rischiosità. La normativa attuale per gli ABS è stata calibrata su una realtà che non è quella europea. Per darvi un’idea: non ricordo esattamente il periodo di riferimento, ma diciamo nell’arco di cinque o dieci anni, il tasso di default degli ABS negli Stati Uniti è stato del 17,4% mentre in Europa era dell’1,4%. Così si vede che i requisiti non sono certo stati calibrati sugli ABS europei, che sono tradizionalmente di tipo molto più semplice, trasparente e non strutturato. Queste cose devono essere cambiate, e spetterà al Comitato di Basilea, e alla Commissione europea per quanto riguarda la legislazione in seno all’UE, modificare alcuni di questi regolamenti. Inoltre ci sono questioni come il sovereign cap: gli ABS sono classificati in base al loro stato – magari con una differenza di pochi punti, ma questo spesso non ha molto senso. Quindi ci sono diverse questioni e, alla fine, può anche essere che, per lanciare questo mercato, occorrano garanzie di terzi. Quindi è una cosa complessa su cui il personale della BCE sta lavorando.

5(Bloomberg) Vorrei tornare a due questioni particolari. In primo luogo, tornando all’argomento del cambio: non è nel vostro mandato e lei lo ha detto in modo molto chiaro, ma è anche arrivato al punto di calcolare l’impatto dell’euro sull’inflazione dalla depressione del 2012, e l’inflazione è il vostro mandato. Dovremmo, quindi, in qualche modo vedere il tasso di cambio come parte della vostra funzione di reazione? Vorrei capire esattamente come dovremmo guardare al tasso di cambio.
In secondo luogo, mi permetta una domanda più ampia sull’Ucraina, una domanda che può essere un po’ insolita: il governatore della Narodowy Bank Polski (Banca centrale polacca) ha suggerito che la Polonia dovrebbe pensare se partecipare alla zona euro. Tutto questo riguarda il lungo termine, ma l’instabilità che stiamo vedendo in questo momento intorno all’Ucraina rafforza il vantaggio di essere nell’euro?

Draghi – In risposta alla prima domanda, posso solo ribadire che il tasso di cambio non è un obiettivo politico, ma certamente ho qui un altro dato: l’apprezzamento complessivo del tasso di cambio tra l’euro e il dollaro rispetto al minimo del 2012 è stato di circa il 9%. In termini effettivi l’euro si è rafforzato dell’8% da allora. Ora, come regola generale, ogni 10% di permanente effettivo apprezzamento del cambio riduce l’inflazione di circa 40-50 punti base. Quindi possiamo dire che tra il 2012 e oggi ci sono circa 0,4 o 0,5 punti percentuali di inflazione in meno a causa dell’apprezzamento del tasso di cambio. Detto questo, dobbiamo essere cauti, perché c’era un precedente deprezzamento dell’euro. Questo è il motivo per cui è difficile prendere il tasso di cambio come obiettivo di politica monetaria e ancora più come uno strumento di politica monetaria. Ma è certamente un fattore che sta incidendo in modo significativo – assieme al prezzo dell’energia e degli alimentari – sul nostro basso tasso di inflazione.
La sua seconda domanda è davvero molto difficile. L’euro è un’isola di stabilità (island of stability). Dovrà anche tornare ad essere un’isola di prosperità e creazione di lavoro, ma certamente è un’area di stabilità. Nella misura in cui i paesi si sentono minacciati, questa zona appare sicuramente attraente. Tuttavia, mi fermo qui, perché lei capisce che la politica estera e le dimensioni geopolitiche di queste scelte vanno ben al di là della mente di un umile banchiere centrale.

6(Jean-Philippe Lacour, Les Echos) Mr Draghi, nella dichiarazione introduttiva ha sottolineato un alto grado di capacità produttiva inutilizzata: è la prima volta che vedo questo. E’ un segnale che si tratta di una preoccupazione primaria della BCE che la capacità inutilizzata ha raggiunto questo livello nella zona euro? E non è un segnale che le aziende non investono, quindi non richiedono credito: quindi nessun credito, nessuna creazione di moneta e quindi l’inflazione scende. Segue la mia linea di pensiero?
La mia seconda domanda è: perché si parla in particolare del quarto trimestre del 2016 per quanto riguarda l’inflazione? Ci ha dato un tasso dell’1,7%, che è superiore all’1,5% previsto per il 2016. E’ per dire “ehi ragazzi 1,7%, siamo proprio sulla linea del traguardo: al di sotto ma vicino al 2% – obiettivo raggiunto”? E forse ci potrebbe dire se ci sono alcuni valori estremi in queste previsioni per inflazione e PIL. Voglio dire, valori sotto all’1,5% o superiori all’1,8%.

Draghi – Sulla sua prima domanda: dire che l’orientamento di politica monetaria che mantiene i tassi di interesse al livello attuale o inferiore rimarrà in vigore anche dopo che avremo visto miglioramenti nell’economia significa quanto segue. Se in presenza di un miglioramento dell’economia non facciamo nulla, la politica monetaria diventa sempre più accomodante, perché i tassi di interesse reali vanno giù. Questo è il messaggio che il consenso nel Consiglio direttivo produce. E in questo senso si collega con quello che lei ha  detto prima: una delle ragioni, forse la ragione più importante, per cui i flussi di credito sono bassi è la mancanza di domanda. E mancanza di domanda significa anche mancanza di investimenti. Quindi, l’attuale orientamento della politica monetaria, che produce bassi tassi reali, dovrebbe aiutare in questo senso ad aumentare la domanda di investimenti e quindi la domanda di credito.
Quanto all’1,7%, questo mostra semplicemente che esiste una dinamica – che per la prima volta lo staff della BCE può misurare quantitativamente – per cui anche se l’inflazione è attualmente bassa gradualmente si muoverà verso un livello più vicino al 2%. I dati comprendono sia la media annuale che i valori dell’ultimo trimestre per mostrare la spinta verso il 2%. Ma tenete a mente che, come ho detto nella dichiarazione introduttiva,  l’incertezza di queste proiezioni aumenta con la lunghezza dell’orizzonte temporale. E le ipotesi su cui si basano, come ad esempio il calo dei prezzi del petrolio e i tassi di cambio invariati e molte altre ipotesi, diventano sempre più fragili quanto più l’orizzonte si allunga. Quindi, nel guardare queste proiezioni va usato un certo grado di saggezza.

7 (Claire Jones, Financial Times) Nel giustificare la sua decisione di non agire oggi, molta enfasi sembra essere posta nei dati recenti, ma i testi di economia ci insegnano che la politica monetaria agisce con un certo ritardo. Ora, se guardiamo al ritardo con cui si suppone agisca – due anni – vediamo che a quell’epoca l’inflazione è ancora al di sotto dell’obiettivo. L’abbiamo anche sentita dire che c’è un grado significativo di slack. Entrambi questi fatti indicavano di agire oggi. Ora, i cinici potrebbero dire che la decisione di non agire è dovuta più alla economia politica dell’istituzione che all’economia della zona euro. Come risponde a queste critiche?
Come secondo punto, nella sua ultima risposta lei ha indicato che la politica monetaria diventerà sempre più accomodante col passare del tempo. Ma ha anche detto che le condizioni del credito vanno meglio
– non solo nei prestiti bancari, ma anche nei mercati dei capitali – nei paesi core, quindi non c’è alcuna prova di un vero miglioramento delle condizioni del credito nella periferia. Allora non è forse un po’ compiacente supporre che le condizioni del credito diventeranno più accomodanti e che questo giustifichi il fatto di non agire oggi?

Draghi – Su quest’ultimo punto, ho detto che le condizioni del credito rimangono deboli. Ma le condizioni del credito sono un indicatore ritardato della crescita futura, e tutto sommato, stiamo assistendo ad una certa stabilizzazione dei flussi di credito – non solo per i paesi core, ma per tutti. Infatti, se non altro, gli standard di credito sono diventati più accomodanti in paesi come l’Italia e, in una certa misura, la Spagna, per talune categorie di mutuatari. Quindi, stiamo vedendo qualche miglioramento. Anche se, come ho detto, i flussi di credito restano deboli, stiamo assistendo a una certa convergenza – è vero, una lieve convergenza – nei tassi di credito tra i paesi stressed e paesi core. Non voglio ripetere ciò che ho detto da mesi, ma continuiamo a vedere miglioramenti sul lato della provvista per le banche, nei paesi core ma soprattutto nella periferia, dove la dispersione del tasso di crescita dei depositi bancari è allo stesso livello del 2007. Quindi, se si considera il finanziamento solo dal punto di vista dei depositi bancari, possiamo tranquillamente dire che la frammentazione è finita. Ma, naturalmente, ci sono altri aspetti della frammentazione che sono altrettanto importanti, e ci concentriamo su ciò che non funziona, non su ciò che funziona.
Ora, lei ha assolutamente ragione: la politica monetaria produce i suoi effetti con un certo ritardo. E un modo di guardare ai recenti miglioramenti è dire che la nostra politica monetaria accomodante, in azione ormai da anni, sta finalmente facendosi strada nell’economia. Che il ritardo sia di due anni in realtà è discutibile, perché purtroppo il ritardo dipende da quanto bene funzionano i canali di trasmissione della politica monetaria. E in Europa l’attore chiave per la trasmissione della politica monetaria sono le banche. Quindi, uno dei maggiori contributi che una Valutazione Globale credibile può dare è nel riparare il canale del credito bancario e quindi accelerare la trasmissione della politica monetaria rispetto ad oggi.

8(Sonia Sacera, Focus news) Mi permetta di tornare alla situazione in Ucraina. Che impatto potrebbe avere la crisi ucraina sull’euro, sull’area euro, sui paesi non appartenenti all’area euro e sui mercati finanziari europei?
E la seconda domanda è: avete discusso eventuali scenari e, se sì, quali?

Draghi – No, non abbiamo discusso di scenari con differenti impatti che la crisi potrebbe avere. Finora abbiamo visto un forte impatto sull’economia russa e su quella ucraina, e un certo impatto finanziario su alcuni paesi che confinano con quella zona. L’impatto sull’economia russa è grave. Tuttavia, è molto, molto difficile prevedere quale potrebbe essere l’impatto su un orizzonte di due o tre anni, perché questo è l’orizzonte a cui guardare se la crisi dovesse continuare. Ad esempio, l’impatto sul mercato dell’energia: quale potrebbe essere per l’Europa? Se guardiamo ai prossimi sei mesi, la risposta è: molto tenue. Se guardiamo a tra un anno e mezzo, potrebbe essere molto serio. Ma dipende da tante cose. Dipende dalle fonti alternative di energia, da come evolverà questa crisi, e francamente, come ho detto, noi poveri banchieri centrali non abbiamo sufficienti informazioni per operare una valutazione attendibile dell’impatto economico in una fase così precoce della crisi.

9(Stefania Taburello, Corriere della Sera) Il problema numero uno, forse il numero due, per le banche europee è l’alto livello di crediti in sofferenza (non performing loans). Lei ritiene che la creazione di una bad bank o altri meccanismi per separare le sofferenze sia la soluzione giusta, e se no, cosa suggerisce?
La seconda domanda: lei ha accolto con favore la comunicazione della Commissione europea. Ma la comunicazione di ieri è stata molto dura, molto severa, con l’Italia, ma non altrettanto con Francia o Germania. Pensa davvero che più sacrifici possono migliorare la ripresa o la crescita?

Draghi – Sulla bad bank: non voglio entrare in una discussione su strumenti specifici. Ma certamente ciò che i paesi dovrebbero fare, ciò che le autorità di vigilanza dovrebbero fare, e ciò che sicuramente noi faremo con la Valutazione Globale sarà di affrontare ad angolo retto le sofferenze e gli altri fattori di debolezza nei bilanci delle banche. La cosa peggiore che si può fare è far finta che i problemi non esistano. Se non altro, il Giappone degli anni 1990 e 2000 dimostra che le banche zombie non prestano. Così, temere l’AQR (Asset Quality Review) perché si pensa che le banche faranno deleveraging e non presteranno… – se sono banche zombie non prestano comunque! Quindi l’unica strada possibile è curare e procedere anche con intervento chirurgico, se necessario. Questo è lo scopo dell’AQR, che è lo scopo della Valutazione Globale. Ma penso anche che si dovrebbe dar credito alle autorità di vigilanza nazionali, che, in vista dell’AQR, stanno già assumendo pronte azioni correttive rispetto ai propri sistemi bancari, aumentando le provvigioni e chiedendo aumenti di capitale, in modo che le banche possano essere risanate. Se la bad bank è lo strumento giusto o no dipende molto dalle circostanze specifiche. La cosa importante, come ho detto prima, è ripristinare la fiducia nei bilanci delle banche europee, e questo è l’obiettivo finale dell’esercizio ed è la condizione necessaria e sufficiente affinché il settore privato torni a investire nel settore bancario europeo.
Per quanto riguarda la seconda domanda, mentre certamente accogliamo con favore la comunicazione della Commissione europea, permettetemi di leggere quanto detto nella dichiarazione introduttiva. “I paesi della zona euro non dovrebbero disfare gli sforzi di risanamento del passato”. Sarebbe un disastro. Se si pensa, come lei ha detto, che ci sono tanti sacrifici e dolore a causa degli sforzi intrapresi, adesso che senso avrebbe tornare indietro e sperperare tutto il capitale politico e umano che è stato investito in questi sforzi? La dichiarazione introduttiva dice di non vanificare gli sforzi di risanamento del passato e che gli elevati tassi di debito pubblico dovrebbero essere messi su un sentiero di discesa nel medio termine. Le strategie fiscali dovrebbero essere in linea con il Patto di stabilità e crescita, ma dovrebbero anche essere favorevoli alla crescita, quindi è tempo di pensare o ripensare la composizione degli sforzi di risanamento del bilancio. Non mi dilungo su questo perché mi avete sentito spiegare fin troppe volte cosa intendo per “ripensare la composizione”. E poi si dice: “Le autorità nazionali dovrebbero anche continuare con l’attuazione decisiva delle riforme strutturali in tutti i paesi dell’area euro”. Questo è essenziale. Ci sono diversi mercati che, senza riforme strutturali, non torneranno a funzionare. Uno di questi è il mercato del lavoro, dove la disoccupazione strutturale è alta. La disoccupazione strutturale va affrontata attraverso riforme strutturali.

10(Annette Weisbach, CNBC) La mia prima domanda è sull’OMT, perché, appena un giorno dopo l’ultima conferenza stampa, la Corte costituzionale tedesca ha emesso una  “non-decisione”.

Draghi – Loro sarebbero in disaccordo con questa definizione, ma quelle sono le sue parole…

… Questo è vero. Ma ci sono pareri nel mercato che, per ora, il programma OMT è in pausa, perché la Bundesbank potrebbe non partecipare. Qual è la sua opinione in proposito?
Vorrei anche sapere la vostra opinione sul fatto che recenti articoli dall’IMF (International Monetary Fund – Fondo monetario internazionale) invitano la BCE a maggiori stimoli. Che ne pensa?

Lasciatemi dire che il programma OMT è lì ed è pronto per essere attivato se e quando necessario. In questo senso, accogliamo con favore il rinvio del caso OMT alla Corte di giustizia europea. L’OMT a nostro avviso rientra nel nostro mandato di perseguire la stabilità dei prezzi nel medio termine.
La richiesta dell’IMF di maggiori stimoli è una delle tante voci che ci chiedono di muoverci in una direzione, mentre molti altri ci chiedono di muoverci in un’altra direzione o di non fare nulla. Quindi, l’analisi che stiamo portando avanti in questo momento, almeno per quanto riguarda questa riunione di politica monetaria, diverge da quanto sostiene l’IMF. Ci si dovrebbe anche porre la questione di quale tipo di stimolo, perché, come ho detto più e più volte, molti dei problemi che abbiamo di fronte oggi sono strutturali. La frammentazione è un problema strutturale e un modo per affrontarla è proprio la Valutazione Globale e l’AQR che stiamo portando avanti. Tuttavia, lasciatemi dire un’ultima cosa su questo tema. La BCE – Vítor Constâncio e Danièle Nouy – sta lavorando su diverse questioni: sta effettuando l’AQR e poi gli stress tests, ma sta anche lavorando alla costruzione di una istituzione completamente nuova, l’SSM (Single Supervisory Mechanism), in cui prevediamo che lavoreranno circa 1.000 persone. E allora la domanda è:  che ne è dell’SRM (Single Resolution Mechanism)? L’SSM entrerà in funzione nello stesso momento in cui entrerà in funzione l’SRM? Questo è un punto importante perché avere un SRM che lavora congiuntamente con l’SSM allineerebbe le responsabilità tra il supervisore europeo e l’autorità di risoluzione. Quindi non ci sarebbe disallineamento delle responsabilità. Al contrario, senza l’SRM, la responsabilità per la risoluzione delle banche resterà nazionale, e avremo un disallineamento delle responsabilità. Stiamo seguendo con grande attenzione il dibattito in corso tra il Consiglio e il Parlamento europeo. Il punto di vista della BCE è che il processo di mutualizzazione deve essere accelerato e la governance  di questa nuova istituzione dovrebbe essere efficace, in modo che la nuova istituzione, l’autorità di risoluzione, possa effettivamente prendere le decisioni rapide che sono nella sua stessa natura, perché, come tutti sappiamo, risolvere una banca è una decisione che viene spesso presa in ore. Quindi la governance di questa nuova istituzione deve essere tale da consentirle di decidere nel giro di poche ore. E il terzo punto è che, ovviamente, al fine di avere questa graduale ma non troppo lenta mutualizzazione, occorre un backstop (un fondo capace di coprire le eventuali perdite). E sul backstop siamo sempre stati molto aperti: potrebbe essere una linea di credito dall’ESM o potrebbe essere un prestito dai mercati con garanzie governative congiunte. Infine (abbiamo insistito molto su questo, anche con voi credo) dobbiamo avere una rigorosa separazione tra la valutazione del supervisore e la valutazione di risoluzione. Volevo solo chiarire questo punto: questi sono esempi di riforme strutturali per affrontare un problema strutturale, cioè la frammentazione.

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