Discorso di Jackson Hole 2014

La disoccupazione nella zona euro
Discorso di Mario Draghi, Presidente della BCE,
al simposio annuale della Federal Reserve a Jackson Hole, 22 Agosto 2014

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Questo discorso è considerato una svolta, una pietra miliare come il “whatever it takes”,  l’annuncio di una Draghinomics, da vari commentatori (rassegna su Bruegel.org; ). Come già  Gavyn Davies su FT, anche  Roubini su Project Syndicate paragona le proposte di Draghi alle tre frecce dell’Abenomics (riforme strutturali, uso della leva fiscale aggregata per rilanciare la domanda e uso della leva monetaria tramite Credit e Quantitative Easing). Jean Pisani-Ferry ne sottolinea il carattere di rottura: “Draghi ha rotto tre tabù in un colpo solo. Primo, ha basato il suo ragionamento sulla nozione eterodossa di policy mix che combina misure monetarie e fiscali. Secondo, ha esplicitamente fatto riferimento alla posizione fiscale aggregata a livello di eurozona, mentre prima si era sempre guardato solo alla situazione paese per paese. Terzo, ha sostenuto che l’aver impedito alla BCE di agire come “lender of last resort” ha imposto un alto prezzo – ha reso i governi vulnerabili e ridotto il loro spazio di manovra fiscale – contraddicendo il credo che la banca centrale non debba supportare i governi.”  Joe Weisenthal  ha peraltro da subito evidenziato la contraddizione tra rottura dell’analisi e difesa dell’ortodossia del Fiscal Compact, ricostruendo anche il giallo del commento aggiunto durante il discorso, sul crollo delle aspettative di inflazione.

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Nessuno nella società rimane estraneo a una situazione di elevata disoccupazione. Per i disoccupati stessi, è spesso una tragedia con effetti duraturi sul reddito per tutta la vta. Per chi ha ancora un lavoro, crea un senso di precarietà che mina la coesione sociale. Per i governi, pesa sulle finanze pubbliche e danneggia le prospettive elettorali. Inoltre la disoccupazione è al centro delle dinamiche macro che determinano l’inflazione a breve e medio termine, il che significa che è rilevante anche le banche centrali. Infatti, anche quando non ci sono rischi per la stabilità dei prezzi, se la disoccupazione è alta e la coesione sociale a rischio, invariabilmente aumenta la pressione perchè la banca centrale risponda.

1. Le cause della disoccupazione nell’area euro

La questione chiave, tuttavia, è quanto possiamo davvero influenzare in modo sostenibile la disoccupazione, il che a sua volta pone la questione — di cui si è molto discusso in questa conferenza — se i fenomeni che la determinano sono prevalentemente congiunturali o strutturali. Dal momento che siamo un’unione monetaria di 18 paesi, questa è necessariamente una questione complessa nella zona euro, ma cercherò comunque di offrire una breve panoramica di come la BCE attualmente valuta la situazione.


Fig 1
Figura 1: Variazione del tasso di disoccupazione dal 2008 — area euro e US

 

La lunga recessione nella zona euro

Il primo punto da sottolineare è che l’area euro ha subito uno shock negativo al PIL grande e particolarmente sostenuto, con gravi conseguenze per l’occupazione. Questo è visibile nella Figura 1, che mostra l’evoluzione della disoccupazione nell’area euro e negli Stati Uniti dal 2008. Mentre gli Stati Uniti hanno sperimentato un aumento forte ed immediato della disoccupazione in seguito alla Grande Recessione, l’area euro ha subito due aumenti in disoccupazione associati a due recessioni sequenziali.

Dall’inizio del 2008 fino all’inizio del 2011 l’immagine in entrambe le regioni è simile: i tassi di disoccupazione aumentano sensibilmente, si stabilizzano e poi cominciano a gradualmente a scendere. Ciò riflette le cause comuni dello shock: la sincronizzazione del ciclo finanziario tra economie avanzate, la contrazione del commercio mondiale a seguito del fallimento di Lehman Brothers, uniti a una forte correzione dei prezzidegli asset — in particolare delle case — in alcune giurisdizioni.

Ma dal 2011 in poi gli sviluppi nelle due regioni divergono. La disoccupazione negli Stati Uniti continua a scendere più o meno alla stessa velocità [1]. Nell’area euro invece inizia un secondo aumento che arriva all’apice nell’aprile 2013. Questa divergenza dipende da un secondo shock, specifico dell’eurozona, derivante dalla crisi del debito sovrano, che ha provocato una recessione dell’economia dell’area euro durata sei trimestri. Ma, diversamente dallo shock post-Lehman che ha interessato tutte le economie della zona euro, praticamente tutti i posti di lavoro persi in questo secondo periodo sono concentrati nei paesi colpiti dalle tensioni sui mercati obbligazionari sovrani (Figura 2).


Fig 2
Figura 2: Relazione tra stress finanziario e la disoccupazione

 

La crisi del debito sovrano ha operato attraverso vari canali, ma uno dei suoi effetti più importanti è stato di aver in parte disattivato gli strumenti di stabilizzazione macroeconomica.

Sul versante fiscale, durante la prima fase della crisi i servizi non di mercato — tra cui pubblica amministrazione, istruzione e sanità — avevano contribuito positivamente a mantenere i livelli di occupazione in quasi tutti i paesi, attenuando in qualche modo lo shock. Nella seconda fase, invece, la politica fiscale è stata compressa dalle preoccupazioni sulla sostenibilità del debito e dalla mancanza di un backstop comune, soprattutto dopo che si cominciò a discutere di ristrutturazione del debito sovrano. Ci si trovò a dover iniziare subito il necessario risanamento dei bilanci, per ripristinare la fiducia degli investitori, e ciò ha provocato un drenaggio di risorse fiscali e un calo dell’occupazione nel settore pubblico, che si è aggiunto alla contemporanea contrazione dell’occupazione in atto in altri settori. (Testo originale: In the second phase, however, fiscal policy was constrained by concerns over debt sustainability and the lack of a common backstop, especially as discussions related to sovereign debt restructuring began. The necessary fiscal consolidation had to be frontloaded to restore investor confidence, creating a fiscal drag and a downturn in public sector employment which added to the ongoing contraction in employment in other sectors.)

Queste pressioni sugli stati hanno anche interrotto l’omogenea trasmissione della politica monetaria in tutta l’area euro. Nonostante i tassi BCE fossero molto bassi, in questo periodo nei paesi sotto stress il costo del capitale in realtà è aumentato, quindi la politica monetaria e quella fiscale di fatto hanno generato una stretta contemporanea. Per questo un obiettivo importante della nostra politica monetaria in questo periodo è stato — ed è tuttora — riparare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Stabilire un legame preciso tra queste menomazioni e gli andamenti della disoccupazione non è semplice. Tuttavia, le stime dello staff BCE sul credit gap — la differenza tra i volumi di credito effettivi e quelli normali in assenza di effetti della crisi — per i paesi sotto stress, suggeriscono che che le condizioni dell’offerta di credito stanno esercitando un peso significativo sull’attività economica [2].

Fattori ciclici e strutturali

I fattori ciclici hanno quindi certamente contribuito l’aumento della disoccupazione. E la situazione economica nell’area euro suggerisce che stanno ancora giocando un ruolo. I più recenti dati sul PIL confermano che la ripresa nell’area euro rimane uniformemente debole, con crescita dei salari modesta anche nei paesi non-stressati, il che indica che la domanda è fiacca. In queste circostanze, appare probabile che l’incertezza sulla forza della ripresa stia pesando sugli investimenti delle imprese e rallentando i tassi di riassunzione dei  lavoratori.

Detto questo, ci sono segni che, almeno in alcuni paesi, una quota significativa di disoccupazione è anche strutturale.

Ad esempio, la curva di Beveridge della zona euro — che riassume l’evoluzione della disoccupazione (orizzontale) a un dato livello di domanda di lavoro (o vacancies, verticale) — mostra l’emergere di una non-corrispondenza strutturale nei mercati del lavoro dell’area euro (Figura 3). Nella prima fase della crisi (verde) il forte calo della domanda di lavoro ha portato a un forte aumento della disoccupazione nell’area dell’euro, con un movimento verso il basso lungo la curva di Beveridge. Il secondo episodio recessivo (arancio), tuttavia, ha portato ad un ulteriore forte aumento del tasso di disoccupazione, anche se i tassi di posti vacanti aggregati hanno mostrato marcati segni di miglioramento. Ciò può implicare uno spostamento verso l’esterno più permanente.


Fig 3
Figura 3: Evoluzione della curva di Beveridge nella zona euro durante la crisi

 

Parte della spiegazione del movimento della curva di Beveridge sembra essere la vastità della distruzione di posti di lavoro in alcuni paesi, che ha ridotto i tassi di ricerca di lavoro, ha esteso la durata dei periodi di disoccupazione e ha accresciuto la quota della disoccupazione di lunga durata. Ciò riflette, in particolare, il forte ridimensionamento del settore delle costruzioni precedentemente in bolla (figura 4), che, in linea con l’esperienza negli Stati Uniti, tende ad abbassare l’efficienza dell’incontro di domanda e offerta [3]. Alla fine del 2013, lo stock di disoccupati di lunga durata (disoccupati per un anno o più) rappresentava oltre il 6% della  forza lavoro totale dell’area euro — più del doppio del livello pre-crisi.


Fig 4
Figura 4: Evoluzione dell’occupazione dell’areaeuro per settore e livello di istruzione

 

Un’altra spiegazione importante sembra essere una mancanza di opportunità di reimpiego per i lavoratori licenziati poco qualificati, come dimostra la crescente disparità tra le competenze della forza lavoro e le competenze richieste dai datori di lavoro. L’analisi dell’evoluzione della non corrispondenza delle abilità [4] suggerisce un notevole incremento della mancata corrispondenza a livello regionale, di paese e a livello dell’area euro (Figura 5). Come mostra il grafico precedente, le perdite di occupazione nell’area euro sono fortemente concentrati tra i lavoratori scarsamente qualificati.


Fig 5
Figura 5: Indici della non corrispondenza delle abilità per l’area euro

 

Tutto sommato, le stime fornite dalle organizzazioni internazionali — in particolare, la Commissione Europea, l’OCSE e il FMI — suggeriscono che la crisi ha portato ad un aumento della disoccupazione strutturale in tutta l’area euro, passando da una media (tra le tre istituzioni) del 8,8% nel 2008 al 10,3% per il 2013 [5].

Sfumando l’immagine

Ci sono tuttavia due importanti precisazioni da fare qui.

La prima è che le stime della disoccupazione strutturale sono circondate da notevole incertezza, in particolare in tempo reale. Ad esempio, una ricerca da parte della Commissione europea suggerisce che le stime del Non-Accelerating Wage Rate of Unemployment (NAWRU) nella situazione attuale rischiano di sovrastimare l’entità della disoccupazione legata a fattori strutturali, in particolare nei paesi più duramente colpiti dalla crisi [6].

La seconda precisazione è che dietro ai dati aggregati c’è una realtà molto eterogenea. L’attuale tasso di disoccupazione nella zona euro dell’11,5% è la media (ponderata) di tassi di disoccupazione vicino al 5% in Germania e del 25% in Spagna. Anche gli sviluppi strutturali differiscono: l’analisi della curva di Beveridge a livello paese rivela, per esempio, una svolta pronunciata verso l’interno in Germania, mentre in Francia, Italia e Spagna in particolare, le curve si spostano verso l’esterno.

Questa eterogeneità riflette diverse condizioni iniziali, come ad esempio varie le composizioni settoriali di occupazione (in particolare la quota impiegata nelle costruzioni), e come il fatto che i tassi di disoccupazione sono stati storicamente più elevati in alcuni paesi rispetto ad altri [7]. Ma riflette anche il rapporto tra le istituzioni del mercato del lavoro e l’impatto degli shock sull’occupazione [8]. Le economie che hanno resistito meglio alla crisi in termini di occupazione tendono ad essere quelle con i mercati del lavoro più flessibili e capaci di adeguarsi alle condizioni economiche.

In Germania, per esempio, lo spostamento verso l’interno della curva di Beveridge visto nel corso della crisi segue un trend iniziato a metà degli anni 2000 dopo l’introduzione delle riforme del mercato del lavoro Hartz. Le sue prestazioni relativamente migliori in termini di occupazione sono anche legate al fatto che le imprese tedesche avevano a disposizione strumenti per ridurre l’orario di lavoro dei dipendenti a costi ragionevoli — vale a dire al margine intensivo — tra cui la riduzione delle ore di straordinario, una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro a livello di impresa, e un ampio uso di schemi di lavoro a orario ridotto [9].

Anche all’interno del gruppo di paesi che hanno subito la crisi del debito sovrano in modo pù acuto, si può notare il differente impatto delle istituzioni del mercato del lavoro sull’occupazione. Irlanda e Spagna, per esempio, hanno entrambe sperimentato una forte distruzione di posti di lavoro nel settore delle costruzioni dopo lo shock Lehman, ma hanno avuto un andamento molto diverso durante la crisi del debito sovrano. La disoccupazione in Irlanda si è stabilizzata e poi è scesa, mentre in Spagna è aumentata fino al gennaio 2013 (Figura 6). Dal 2011 al 2013 si stima che la disoccupazione strutturale sia aumentata di circa 0,5 punti percentuali in Irlanda, e invece di oltre 2,5 punti percentuali in Spagna [10].

Tale andamento divergente può in parte essere spiegato con le differenze di migrazione netta. Ma riflette anche il fatto che l’Irlanda ha affrontato la crisi con un mercato del lavoro relativamente flessibile e ha adottato ulteriori riforme del mercato del lavoro nel quadro del programma UE-IMF dall’inizio di novembre 2010. La Spagna, invece, ha affrontato la crisi con forti rigidità del mercato del lavoro e la riforma è iniziata in modo significativo solo nel 2012.

Da sottolineare che, fino ad allora, la capacità delle imprese di adeguarsi alle nuove condizioni economiche è stata ostacolata in Spagna da accordi collettivi settoriali e regionali e di indicizzazione dei salari. Varie indagini  indicano che la Spagna era tra i paesi in cui l’indicizzazione era più frequente — coprendo circa il 70% delle imprese [11]. Come risultato, come mostra la Figura 6, redditi nominali per occupato hanno continuato a crescere in Spagna fino al terzo trimestre del 2011, nonostante un aumento di più di 12 punti percentuali di disoccupazione in quell’arco di tempo. In Irlanda, invece, l’adeguamento salariale al ribasso era iniziato già nel quarto trimestre del 2008 e ha proceduto più rapidamente.

Il risultato fu che, mentre il mercato del lavoro irlandese ha facilitato un certo aggiustamento attraverso i prezzi, il mercato del lavoro spagnolo si è adeguato principalmente attraverso le quantità: le imprese sono state costrette a ridurre i costi del lavoro riducendo l’occupazione. E a causa di un elevato grado di dualismo nel mercato del lavoro spagnolo, l’onere di questo aggiustamento si è concentrato in particolare sul gruppo meno protetto — quello con contratti temporanei. Questi erano stati particolarmente diffusi in Spagna prima della crisi, essendo pari a circa un terzo di tutti i contratti di lavoro [12].

In Spagna, come in altri paesi sotto stress, un certo numero di queste rigidità del mercato del lavoro sono state  affrontate attraverso riforme strutturali con effetti positivi. Ad esempio, l’OCSE stima che la riforma del mercato del lavoro 2012 in Spagna abbia migliorato le transizioni in uscita dalla disoccupazione verso il lavoro in tutte le durate di disoccupazione [13].


Fig 6
Figura 6: Disoccupazione e compensazione nominale: sviluppi in Irlanda e in Spagna

 

Per riassumere, la disoccupazione nell’area dell’euro è caratterizzata da interazioni relativamente complesse. Ci sono stati shock di domanda differenziati tra paesi. Questi shock hanno interagito con le condizioni iniziali e le istituzioni del mercato del lavoro nazionale in modi diversi — e le interazioni sono cambiate quando sono state adottate nuove riforme. Di conseguenza, la stima del livello di disoccupazione congiunturale e strutturale va fatta con molta cautela. Ma è chiaro che tale eterogeneità di istituzioni del mercato del lavoro è una fonte di fragilità per l’unione monetaria.

2. Rispondere a un elevato tasso di disoccupazione

Quindi, quali conclusioni possiamo trarre da questo quadro come decisori pubblici? L’unica conclusione che possiamo trarre con sicurezza, a mio avviso, è che abbiamo bisogno di agire su entrambi i lati dell’economia: le politiche della domanda aggregata devono essere accompagnate da politiche strutturali nazionali.

Le politiche dal lato della domanda sono non solo giustificate dalla significativa componente ciclica della disoccupazione. Sono anche rilevanti perché, data l’incertezza prevalente, aiutano ad assicurarsi contro il rischio che un’economia debole contribuisca a provocare effetti di isteresi. Mentre in condizioni normali l’incertezza implicherebbe una certa cautela maggiore per paura di strafare (over-shooting), ora la situazione è diversa: i rischi derivanti dal “fare troppo poco” — vale a dire che la disoccupazione ciclica diventi strutturale — superano quelli derivanti dal “fare troppo” — cioè che salari e dei prezzi esercitino eccessive pressioni al rialzo.

Tuttavia tali politiche dal lato della domanda aggregata alla fine non saranno efficaci senza una parallela azione sul lato dell’offerta. Come tutte le economie avanzate, stiamo operando in un set di condizioni iniziali determinate dall’ultimo ciclo finanziario, il che include bassa inflazione, bassi tassi di interesse e un grande eccesso di debito pubblico e privato. In queste condizioni, per il vincolo dello zero lower bound (il limite inferiore dei tassi nominali a zero), è reale il rischio che la politica monetaria perda parzialmente efficacia nel generare domanda aggregata. E l’eccesso di debito riduce inevitabilmente lo spazio della politica fiscale.

In questo contesto, progettare un livello e un trend di crescita potenziale — e quindi anche di entrate per il governo — più alto, può aiutare a recuperare un margine di manovra e consentire a entrambe le politiche di riguadagnare trazione nell’arco del ciclo economico. Ridurre la disoccupazione strutturale e aumentare la partecipazione al lavoro è una parte fondamentale di questo sforzo. Ciò è particolarmente rilevante per l’area dell’euro dato che, per indicare un solo canale, un aumento della disoccupazione in alcuni paesi potrebbe portare a elevate perdite sui prestiti, quindi a banche meno resistenti e quindi a una trasmissione più frammentata della politica monetaria.

Aumentare la domanda aggregata

Dal lato della domanda, la politica monetaria può e deve svolgere un ruolo centrale, il che attualmente significa una politica monetaria accomodante per un periodo di tempo prolungato. Sono fiducioso che il pacchetto di misure che abbiamo annunciato nel mese di giugno fornirà davvero spinta alla domanda, e siamo pronti a modificare ulteriormente la nostra impostazione.

Abbiamo già visto movimenti dei tassi di cambio, che dovrebbero sostenere sia la domanda aggregata che l’inflazione, movimenti che ci aspettiamo per effetto dei divergenti percorsi di politica monetaria previsti negli Stati Uniti e nell’area euro (Figura 7). A settembre lanceremo il nostro primo TLTRO, che finora ha raccolto un notevole interesse da parte delle banche. La preparazione per gli acquisti diretti sui mercati degli asset-backed security (ABS) sta procedendo rapidamente e ci aspettiamo contribuisca ad un ulteriore allentamento del credito. Tali acquisti dovrebbero infatti contribuire in modo significativo a diversificare i canali tramite cui possiamo generare liquidità.


Fig 7
Figura 7: Curva dei tassi di interesse reali previsti per zona euro e US

 

[NdT – Il punto del discorso di Jackson Hole che più ha attirato l’attenzione dei mercati. Il testo inizialmente previsto e pubblicato nel sito della BCE era il seguente:]

L’inflazione ha avuto un percorso discendente da circa il 2.5% dell’estate del 2012 al più recente 0.4%. Riconoscendo questo dato il Consiglio Direttivo potrebbe usare anche strumenti non convenzionali per salvaguardare il solido ancoraggio delle aspettative di inflazione nel medio-lungo termine. (Inflation has been on a downward path from around 2.5% in the summer of 2012 to 0.4% most recently. Acknowledging this, the Governing Council would use also unconventional instruments to safeguard the firm anchoring of inflation expectations over the medium- to long-term.)

[NdT – Durante il discorso Draghi non ha seguito il testo preparato, ma ha pronunciato le frasi seguenti, poi pubblicate anche nel sito. Nel testo improvvisato riconosce un grave deterioramento delle aspettative di inflazione e cambia sia il tempo del verbo che il contenuto dell’azione del Governing Council]
L’inflazione ha avuto un percorso discendente da circa il 2.5% dell’estate del 2012 al più recente 0.4%. Commento questi movimenti circa una volta al mese nella conferenza stampa e ho indicato parecchie ragioni di questo percorso in discesa dell’inflazione, dicendo che è stato causato dal prezzo in calo di alimentari ed energia; e che dopo la metà del 2012 è stato soprattutto l’apprezzamento del tasso di cambio ad aver avuto un impatto sui movimenti dei prezzi; più recentemente abbiamo avuto il rischio geopolitico del conflitto Russia-Ucraina che ha anch’esso esercitato un impatto negativo sull’economia dell’area dell’euro; e, naturalmente, c’è stato l’aggiustamento relativo dei prezzi nei paesi sotto stress e l’alto tasso di disoccupazione.
Ho detto che, in linea di principio, la maggior parte di questi effetti dovrebbero, alla fine, dissolversi, perché per la maggior parte sono di natura temporanea — anche se non tutti. Ma ho anche detto che se questa bassa inflazione dovesse durare per un periodo prolungato di tempo, il rischio per la stabilità dei prezzi aumenterebbe.
Nel corso del mese di agosto i mercati finanziari hanno indicato che le aspettative di inflazione hanno avuto diminuzioni significative su tutti gli orizzonti temporali. Il tasso swap 5 anni/5 anni è diminuito di 15 punti base, appena al di sotto del 2% — questa è la metrica che usiamo di solito per la definizione dell’inflazione a medio termine. Ma se andiamo a orizzonti più breve e medio termine, le revisioni sono state ancora più significative. I tassi reali sul breve e medio termine sono aumentati, nel lungo termine non sono aumentati, perché stiamo assistendo ad un calo dei tassi nominali a lungo termine, non solo nella zona euro, ma in realtà ovunque.
Il Consiglio direttivo riconoscerà questi sviluppi e, nell’ambito del suo mandato, userà tutti gli strumenti disponibili necessari per garantire la stabilità dei prezzi nel medio termine. (The Governing Council will acknowledge these developments and within its mandate will use all the available instruments needed to ensure price stability over the medium term.)

[NdT – Altro passaggio sorprendente: Draghi riconosce che: 1) la c.d. crisi dei debiti sovrani in eurozona non è stata provocata dal livello del debito pubblico ma dalla impossibilità per la BCE — diversamente dalle altre banche centrali — di agire come prestatore di ultima istanza degli stati; 2) che questo ha imposto ai paesi sotto stress dell’eurozona politiche di austerity pro-cicliche]

Per quanto riguarda la politica fiscale, dal 2010 l’area euro ha sofferto per una politica fiscale meno disponibile ed efficace, soprattutto in confronto con le altre grandi economie avanzate. Questo non è tanto conseguenza degli elevati rapporti di indebitamento iniziali — complessivamente il debito pubblico nell’area euro non era superiore a quello degli Stati Uniti o del Giappone. Essa riflette il fatto che la banca centrale in questi paesi poteva agire ed ha agito come backstop per il finanziamento del governo. Questo è una importante ragione del perché i mercati hanno risparmiato alle loro autorità fiscali la perdita di fiducia che ha invece vincolato l’accesso al mercato per molti governi dell’area euro. Questo ha a sua volta permesso a Stati Uniti e Giappone di rinviare il consolidamento fiscale a un momento successivo.

Pertanto, sarebbe utile per l’orientamento generale, se la politica fiscale potesse  svolgere un ruolo maggiore al fianco della politica monetaria, e credo che ci sia spazio per questo, pur tenendo conto delle nostre specifiche condizioni iniziali e dei vincoli giuridici. Queste condizioni iniziali comprendono livelli di spesa pubblica e tassazione nella zona euro che sono, in rapporto al PIL, già tra i più alti al mondo. E stiamo operando all’interno di un insieme di regole di bilancio — il patto di stabilità e crescita — che agisce come un’ancora per la fiducia e che sarebbe controproducente rompere.

Lasciatemi in questo contesto sottolineare quattro elementi.

In primo luogo, la flessibilità esistente nel rispetto delle regole potrebbe essere utilizzata per affrontare meglio la debole ripresa e per fare spazio per il costo delle necessarie riforme strutturali.

In secondo luogo, vi è margine di manovra per raggiungere una composizione delle politiche di bilancio più favorevole alla crescita. Anzitutto dovrebbe essere possibile abbassare il carico fiscale in modo fiscalmente neutro [14]. Questa strategia potrebbe avere effetti positivi anche nel breve termine se le tasse fossero abbassate nelle aree con moltiplicatore fiscale a breve termine più alto, e le spese tagliate nelle aree improduttive in cui il moltiplicatore è inferiore. La ricerca suggerisce che ne potrebbero derivare effetti positivi sulla fiducia delle imprese e sugli investimenti privati anche nel breve termine [15].

In terzo luogo, in parallelo può essere utile avere un dibattito sulla politica di bilancio globale dell’area dell’euro. A differenza di altre grandi economie avanzate, la nostra politica di bilancio non si basa su un unico bilancio votato da un unico parlamento, ma sull’aggregazione di diciotto bilanci nazionali e del bilancio dell’UE. Un più forte coordinamento tra le diverse posizioni fiscali nazionali dovrebbe, in linea di principio, permettere di raggiungere una politica di bilancio più favorevole alla crescita complessiva per l’area euro.

In quarto luogo, un’azione complementare a livello UE sembrerebbe necessaria per assicurare sia una posizione aggregata appropriata che di un ampio programma di investimenti pubblici — il che è coerente con le proposte del Presidente entrante della Commissione europea [16].

Riformare le politiche strutturali

Nessuna quantità di accomodamento fiscale o monetario, tuttavia, può sostituire le necessarie riforme strutturali nell’area euro. Come ho detto, si stima che la disoccupazione strutturale fosse già molto elevata prima della crisi (circa il 9%). Alcune ricerche suggeriscono che è elevata dagli anni 1970 [17]. E date le interazioni che ho descritto, ci sono ragioni importanti per cui non si possono più procrastinare le riforme strutturali nazionali che affrontano questo problema.

Questo programma di riforma estende dai mercati del lavoro, ai mercati dei prodotti e alle azioni volte a migliorare il contesto per le imprese. Io ora mi concentrerò sui mercati del lavoro, dove ci sono due temi trasversali che vedo prioritari.

Il primo sono le politiche che permettono ai lavoratori di essere rapidamente  riassegnati a nuove opportunità di lavoro, in modo da abbassare la durata della disoccupazione. Tali politiche comprendono: accordi a livello aziendale che consentono alle retribuzioni di rispecchiare meglio le condizioni del mercato del lavoro locale e l’evoluzione della produttività; maggiore differenziazione dei salari tra i lavoratori e tra i settori; riduzione della rigidità di regolamentazione del lavoro e, soprattutto, della dualità del mercato del lavoro; e riforme del mercato del prodotto che contribuiscano ad accelerare la riallocazione di risorse e occupazione verso i settori più produttivi.

Il secondo tema è innalzare l’intensità delle competenze (skill intensity) della forza lavoro. Abbiamo già visto l’effetto sproporzionato della crisi sui lavoratori poco qualificati, ciò rende necessario un periodo di riqualificazione per riportare la gente al lavoro. Anche gli effetti a lungo termine della disoccupazione giovanile puntano a questa conclusione. Il numero di disoccupati di età compresa tra 15 e 24, relativi al mercato del lavoro dello stesso gruppo di età, è passato da un livello già elevato di circa il 15% nel 2007 al 24% nel 2013. Questo ha molto probabilmente lasciato significative “cicatrici”, dato che i giovani hanno perso l’accesso alla fase cruciale della formazione sul posto di lavoro (on-the-job training).

La skill intensity è molto rilevante anche per la crescita potenziale. Mentre aumentare la partecipazione al lavoro è cruciale, le prospettive demografiche contribuiranno a diminuirne il potenziale futuro. L’aumento della crescita tendenziale dovrà venire principalmente attraverso l’aumento della produttività del lavoro. Quindi dobbiamofare in modo che, per quanto possibile, l’occupazione si concentri sui settori ad alto valore aggiunto, ad alta produttività, il che a sua volta è funzione degli skill.

Il punto fondamentale è che, nell’economia globale, la zona euro non può competere con i paesi emergenti solo sui costi, se non altro a causa del nostro modello sociale. Il nostro vantaggio comparato deve quindi venire dalla combinazione di competitività di costo con la specializzazione in attività ad alto valore aggiunto — un modello di business che paesi come la Germania hanno attuato con successo. Visto da questa prospettiva, insufficienti livelli di abilità aumenteranno il tasso non-accelerating inflation rate of unemployment (NAIRU) spingendo più lavoratori fuori della ‘zona di competitività’ e rendendoli non impiegabili.

Aumentare le competenze è chiaramente in primo luogo questione di educazione, ambito in cui molto potrebbe ancora essere fatto. La percentuale di popolazione in età lavorativa che ha completato l’istruzione secondaria o terziaria superiore nella zona euro varia da un massimo di oltre il 90% in alcuni paesi ad un minimo di circa il 40% in altri. Ma c’è anche un ruolo importante per le politiche attive del lavoro, come l’apprendimento permanente, e per sradicare distorsioni quali la dualità del mercato del lavoro. Quest’ultima aiuterebbe, tra l’altro, a ridurre l’inefficiente turnover dei lavoratori e ad aumentare gli incentivi per i datori di lavoro e i lavoratori a investire nello sviluppo delle competenze professionali.

3. Conclusione

Per concludere.

La disoccupazione nella zona euro è un fenomeno complesso, ma la soluzione non è troppo complicata. Una strategia coerente per ridurre la disoccupazione deve coinvolgere sia politiche della domanda che dell’offerta, sia a livello di area euro che a  livello nazionale. E solo se la strategia è davvero coerente può avere successo.

Senza aumento della domanda aggregata, si rischia un aumento della disoccupazione strutturale, e i governi che introducono le riforme strutturali potrebbero finire per correre solo per ritrovarsi fermi. Ma senza riforme strutturali determinate, misure sul fronte della domanda aggregata perderanno rapidamente spinta diventando in ultima  meno efficaci. Il ritorno a una maggiore occupazione, in altre parole, è una combinazione di politiche che mette insieme misure monetarie, fiscali e strutturali a livello di Unione e a livello nazionale. Questo consentirà a ogni membro della nostra unione di raggiungere un livello di occupazione elevato e sostenibile.

Non dobbiamo dimenticare che la posta in gioco per la nostra unione monetaria è elevata. Non è insolito avere le disparità regionali in materia di disoccupazione all’interno dei paesi, ma la zona euro non è un’unione politica formale e quindi non dispone di meccanismi permanenti di condivisione del rischio, in particolare attraverso i trasferimenti fiscali [18]. I flussi migratori tra paesi sono relativamente piccoli ed è improbabile che diventino mai un fattore chiave di aggiustamento del mercato del lavoro dopograndi shock [19].

Così, la coesione a lungo termine dell’area euro dipende dalla capacità di ogni paese dell’Unione di raggiungere un sostenibile livello di elevata occupazione. E visti gli enormi costi in caso la coesione dell’unione fosse minacciata, tutti i paesi dovrebbero avere un interesse nel raggiungimento di questo obiettivo.

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Grafici e Immagini

 

Note

[1] È importante notare, tuttavia, che la differenza negli sviluppi della disoccupazione nell’area euro rispetto agli Stati Uniti riflette anche sviluppi molto diversi nella partecipazione al mercato del lavoro. Nel periodo 2010-12, il calo del tasso di partecipazione ha contribuito in modo significativo alla diminuzione del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, il tasso di partecipazione che sale nell’area euro spiega parte della crescita del tasso di disoccupazione. Supponendo che, sia negli Stati Uniti che nell’area euro, i rapporti di partecipazione alla forza lavoro fossero rimasti invariati rispetto al 2007 e che la differenza di rapporti reali avesse pieno riscontro nel numero di disoccupati, il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti nel 2012 sarebbe stato superiore a quello della zona euro. Per ulteriori informazioni si veda il riquadro 7 nel Bollettino mensile della BCE, agosto 2013.

[2] Il “gap creditizio” è calcolato come differenza tra il percorso reale e il percorso controfattuale del credito totale alle società non finanziarie simulate utilizzando il  BVAR multi-paese di Altavilla et al. (2014). Più precisamente, il percorso controfattuale è stato ottenuto misurando lo stock di prestiti coerenti con le passate regolarità del ciclo pre-crisi in assenza di attrito finanziario per il sistema bancario. Per ulteriori dettagli vedi Altavilla, Carlo, Domenico Giannone e Michele Lenza (2014). “Gli effetti finanziari e macroeconomici degli annunci OMT,” Paper della BCE di lavoro No.1707.

[3] Studi a livello di settore US mostrano che una gran parte del calo di efficienza è guidato dal basso livello di nuovi lavori e di assunzioni per ogni posto vacante nel settore delle costruzioni. Vedi ad esempio Barnichon, Regis, Michael WL Elsby, Bart Hobijn e Ayşegül Şahin (2012) “Which Industries are Shifting the Beveridge Curve?” Monthly Labor Review, June 2012, 25-37; Davis, Steven J., R. Jason Faberman, and John C. Haltiwanger (2012) “Recruiting Intensity during and after the Great Recession: National and Industry Evidence,” American Economic Review: Papers and Proceedings.

[4] Sulla base degli indici di skill mismatch calcolati come la differenza tra domanda di competenze (approssimata dal livello di istruzione degli occupati) e offerta di competenze (approssimata dai livello di istruzione della forza lavoro o dei disoccupati, rispettivamente). Vedere (di prossima pubblicazione) ECB Occasional Paper dal titolo “Comparisons and contrasts of the impact of the crisis on euro area labour markets’’.

[5] In termini di calcolo della disoccupazione strutturale, la Commissione europea stima un NAWRU mentre l’OCSE stima il NAIRU utilizzando una tecnica di filtro che cerca di separare i movimenti dei tassi di disoccupazione in una componente strutturale e una componente ciclica, sulla base della relazione con la curva di Phillips. Le stime del FMI non sono basate su un metodo “ufficiale” — il che significa che non pubblicano un modello o una data metodologia, dal momento che le loro stime interne sono soggette a valutazione.

[6] Commissione europea, “Sviluppi del mercato del lavoro in Europa 2013”, European Economy 6/2013.

[7] Nel breve periodo pre-crisi, tra il 1995 e il 2007, per il quale abbiamo dati omogenei nell’area dell’euro, i tassi medi di disoccupazione sono stati di circa il 9% in Francia e in Italia, ma al di sopra del 14% in Spagna. In Germania, il tasso di disoccupazione era del 9%, ma solo come risultato di un grande, precedente aumento dopo la riunificazione.

[8] Blanchard, Olivier, and Justin Wolfers (1999), “The Role of Shocks and Institutions in the Rise of European Unemployment: the Aggregate Evidence”, NBER Working Paper 7282.

[9] Cfr Burda, Michael C., and Jennifer Hunt (2011), “What Explains the German Labour Market Miracle in the Great Recession”, NBER Working Paper No. 17187; and Brenke, Karl, Ulf Rinne and Klaus F. Zimmermann (2013), “Short-time work: The German answer to the Great Recession”, International Labour Review Vol. 152, Issue 2.

[10] Stima media della Commissione europea, dell’OCSE e del FMI.

[11] European Central Bank (2010), Wage Dynamics in Europe: Final Report of the Wage Dynamics Network (WDN), European Central Bank.

[12] Si veda OECD Employment Outlook (2012), “How Does Spain Compare?”.

[13] OECD, “The 2012 Labour Market Reform in Spain: a Preliminary Assessment”, December 2013.

[14] Le raccomandazioni per l’area euro adottate nel quadro del semestre europeo 2014 invitano esplicitamente l’Eurogruppo ad esplorare modi per ridurre l’elevato cuneo fiscale sul lavoro.

[15] Alesina, Alberto, Carlo Favero e Francesco Giavazzi (2014), “L’effetto di uscita di piani di consolidamento fiscale”, mimeo, maggio 2014.

[16] Il prossimo Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha proposto un programma di 300 miliaridi di € di investimenti pubblico-privato per aiutare a incentivare gli investimenti privati ​​nell’economia dell’UE.

[17] Blanchard, Olivier, (2006), “European unemployment”, Economic Policy, pp. 5-59.

[18] I trasferimenti tra i paesi dell’area euro sono parte della politica di coesione dell’UE. Questi fondi sono comunque in linea di principio temporanei, in quanto destinati a sostenere il processo di “catching-up” nei paesi a più basso reddito.

[19] Beyer, Robert C. M., and Frank Smets (2013), “Has mobility decreased? Reassessing regional labour market adjustments in Europe and the US”, mimeo, European Central Bank.

 

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