Il scivoloso piano inclinato di Mario Draghi

Il banchiere centrale è un tecnico — tipicamente nominato dall’esecutivo e privo di qualsiasi legittimazione democratica propria — a cui viene affidato uno specifico mandato di politica monetaria: la sua indipendenza operativa si muove all’interno dei fini e dei mezzi previsti dal mandato. Nelle sue esternazioni il banchiere centrale dovrebbe limitarsi alle analisi del quadro monetario e macro-economico, non dovrebbe mai intromettersi in questioni politiche e tantomeno proporre o favorire particolari agende ideologiche: in un sistema democratico le agende ideologiche si confrontano nella competizione politica ed elettorale, e sarebbe istituzionalmente scorretto abusare di un ruolo tecnico per influenzare il dibattito politico o le decisioni dei governi.
Tutto questo vale a maggior ragione in una Unione Monetaria come l’euro (EMU), dove il banchiere centrale che esce dal suo mandato invade competenze che i Trattati riservano ad altri soggetti, sia comunitari che nazionali.
Non sorprende quindi che le crescenti pressioni esercitate da Draghi su governi e parlamenti dei paesi dell’eurozona per forzare un’agenda aspramente neoliberista (presentata sotto le finte sembianze tecniche delle “riforme strutturali”) abbiano incontrato a Sintra (dove dal 2014 la BCE organizza un meeting annuale) la perplessità e anche la critica aperta di altri banchieri centrali (Stan Fischer: “you can talk about it from time to time, but you can’t make this your main talking point”) e di economisti e studiosi di central banking (Wyplosz: “If it’s top down, if it’s forced against public opinion, there’s a backlash”; De Grauwe: “central banks’ push for governments to take steps that removed people’s job protection would expose monetary policy makers to criticism over their independence …” ). 

 

Sintra 2015 debate

 

Mario Draghi’s Slippery Downward Slope
da Zerohegde, 25 maggio 2015

 

Mario Draghi ha fatto un altro enorme passo falso la scorsa settimana, anche se la stampa mondiale pare che non se ne renda conto, perché succede tutto il tempo, perché non si rendono conto di che cosa significa, e perché hanno un messaggio (se non una missione) da vendere. Ma comunque nulla di tutto ciò va bene. E anzitutto non va bene che Draghi neghi che si tratti di un passo falso.

E mentre questo è molto preoccupante, ‘il pubblico’ sembra intorpidito e stordito quanto lo sono i media stessi — indubbiamente c’è un rapporto di causa-effetto. Abbiamo visto il resoconto di un disertore nordcoreano ieri che lamentava che al suo paese la stampa non funziona e abbiamo pensato: si mettano in fila.

Un conto è che la Banca d’Inghilterra faccia una ricerca sugli effetti di un possibile Brexit. È inevitabile che una banca centrale lo faccia, ma sia il processo che il risultato sarebbe sempre dovuto rimanere segreto. Perché sia stato ‘accidentalmente’ inviato via email al Guardian è difficile da valutare, ma non è sorprendente che tale studio avvenga. I contenuti potrebbero ancora essere rivelati, ma non sembra probabile. La ragione per cui lo studio dovrebbe rimanere segreto è, naturalmente, che un Brexit è una decisione politica, e quindi la banca centrale di un paese non può interferire con tali decisioni.

Ma è tutta un’altra cosa che il capo della Bce, Mario Draghi, parli in pubblico delle riforme nella zona euro. Draghi può forse dire la sua opinione a porte chiuse, per esempio nei colloqui con i politici dei paesi europei, ma ogni e qualsiasi riforma della zona euro rimane una decisione esclusivamente politica, e quindi, anche se si tratta di riforme economiche, Draghi deve tenersi lontano dal tema, certamente in pubblico. Ben lontano.

Ci deve essere una chiara linea di demarcazione tra banche centrali e governi. Questi ultimi non dovrebbero mai influenzare il banchiere centrale, perché si rischierebbe di asservire la politica monetaria a interessi di breve termine (alle elezioni successive). Allo stesso modo il primo dovrebbe rimanere fuori delle decisioni della politica, perché altrimenti renderebbe i processi politici sbilanciati in modo sproporzionato verso la finanza e l’economia, con un costo potenziale per gli altri interessi della società.

Questo può sembrare idealistico e non in sincrono con la realtà attuale, ma se così fosse, non fa ben sperare. È pericoloso giocare a tira e molla con i principi fondanti dei singoli paesi, e forse ancora di più con quelli di una Unione di nazioni sovrane.

Ovviamente, nella stessa ottica è completamente fuori luogo che il ministro delle finanze tedesco Schäuble esprima la sua opinione sulla necessità o meno che Grecia indica un referendum sull’appartenenza all’euro, o su qualsiasi altro tema. Il vecchio Wolfgang ha il compito di occuparsi della politica finanziaria della Germania, non della Grecia, e il fatto di essere un ministro di uno dei 28 Stati membri dell’UE non gli dà il permesso di esprimere tali pareri. Perché tutte le nazioni dell’UE sono nazioni sovrane, e nessun politico straniero deve mettere il becco nella politica interna delle altre nazioni.

È davvero molto semplice, e non importa quanto di questa politica del rischio calcolato sia già passata sotto i ponti. E anche Angela Merkel, che pure è il leader politico della Germania, deve astenersi dal fare commenti sugli affari politici interni greci. E se i membri del suo gabinetto fanno commenti come Schäuble, deve dire loro di non farlo più: è semplicemente il modo in cui l’Unione europea è stata costruita. Non c’è zona grigia su questo punto.

Il modo in cui la zona euro sta trattando la Grecia ha già dimostrato che è altamente improbabile che l’Unione possa andare avanti per sempre. Troppi confini sovrani sono stati attraversati. I commenti di Schäuble e di Draghi accelereranno il processo di disintegrazione. Otterranno l’esatto opposto di ciò che cercano di realizzare. L’Unione europea si dimostrerà un’unione di amici solo durante le vacche grasse. In Grecia, questo è già stato compreso.

La zona euro, l’Unione Monetaria Europea, ha oramai altrettanti anni di crisi economica che di prosperità. E andrà tutto peggio da qui in avanti, proprio perché alcune persone pensano di potersi immischiare negli affari delle nazioni sovrane. L’euro è stato lanciato nel gennaio 2002, e fu subito in difficoltà non appena lo furono gli Stati Uniti, anche se questo non è stato riconosciuto subito. Dal 2008, l’Europa ha oscillato da una crisi all’altra, e non c’è fine in vista.

All’indubbiamente ultra-lussuoso festival dell’amore dei banchieri centrali a Sintra, in Portogallo, dove tutti i protagonisti erano largamente d’accordo tra di loro, Draghi ha tenuto un discorso, il venerdì. E fin dall’inizio, ha iniziato a fare pressione per le riforme, dimostrando perché invece non lo dovrebbe fare. Perché ciò che suggerisce non è politicamente — o economicamente — neutro, è mosso dall’ideologia.

Non può sostenere che è tutto solo economia. Quando si parla di apertura dei mercati, di facilitare la riallocazione ecc, si sta esprimendo un’opinione politica su come una società può e deve essere strutturata, non si fa un discorso meramente tecnico sull’economia.

Le riforme strutturali, l’inflazione e la politica monetaria (Mario Draghi)

La nostra forte attenzione sulle riforme strutturali, non dipende dal fatto che siano state ignorate negli ultimi anni. Al contrario, molto è stato fatto e abbiamo elogiato i progressi dove si sono verificati, anche qui in Portogallo. Piuttosto, se parliamo spesso di riforme strutturali è perché sappiamo che la nostra capacità di realizzare un ritorno duraturo alla stabilità e alla prosperità non si basa solo sulle politiche cicliche — tra cui la politica monetaria — ma anche sulle politiche strutturali. Le due sono fortemente interdipendenti.

Quindi ciò che vorrei fare oggi aprendo la nostra discussione annuale a Sintra è, in primo luogo, spiegare cosa intendiamo per riforme strutturali e perché la banca centrale ha un interesse pressante e legittimo alla loro attuazione. E, in secondo luogo, sottolineare perché il fatto di trovarsi nelle prime fasi di una ripresa ciclica non è un buon motivo per rinviare le riforme strutturali; è in realtà un’opportunità per accelerarle.

Le riforme strutturali vanno, a mio avviso, definite come politiche che alterano in modo permanente e positivo il lato dell’offerta dell’economia. Ciò significa che hanno due effetti principali. In primo luogo, fanno salire il profilo del prodotto potenziale, o aumentando gli input della produzione — l’offerta e la qualità del lavoro e la quantità di capitale per lavoratore — o facendo in modo che questi input siano usati in modo più efficiente, cioè aumentando la produttività totale dei fattori (TFP).

E in secondo luogo, rendono le economie più resistenti agli shock economici, facilitando la flessibilità dei prezzi e dei salari e la rapida riallocazione delle risorse all’interno e tra i diversi settori. Questi due effetti sono complementari. Un’economia che rimbalza più velocemente dopo uno shock è un’economia che cresce di più nel tempo, in quanto soffre meno gli effetti da isteresi. E le stesse riforme strutturali spesso aumenteranno sia la flessibilità a breve termine che la crescita a lungo termine.

All’inizio del lungo discorso ha detto: “La nostra forte attenzione sulle riforme strutturali, non dipende dal fatto che siano state ignorate negli ultimi anni. Al contrario, molto è stato fatto e abbiamo elogiato i progressi dove si sono verificati, anche qui in Portogallo”. Quindi Draghi afferma che le riforme hanno già avuto successo. Ovunque le cose sembrino andare bene, dirà che è dovuto alle ‘sue’ riforme. Ovunque non lo facciano, è perchè non ci sono state abbastanza riforme. La sua è una visione goalseeked (che porta sempre alla conclusione cercata a priori) del mondo.

Draghi sostiene che le riforme strutturali che egli invoca porteranno più capacità di recupero e crescita. Ma dal momento che queste riforme sono per la maggior parte un semplice rimaneggiamento dei tentativi di centralizzazione in atto da lungo tempo, ci basta guardare agli effetti di quest’ultima sulla società per valutare le potenziali conseguenze di ciò che Draghi suggerisce. E quello che troviamo è che l’intero pacchetto di misure ha portato crescita quasi esclusivamente per le grandi imprese e le istituzioni finanziarie. E anche quella crescita è ora sfuggente.

Né le riforme né lo stimolo hanno fatto molto, ammesso che abbiano fatto qualcosa, per alleviare la miseria in Grecia, Spagna, Italia, e il Portogallo non sta facendo molto meglio, come l’ascesa del Partito socialista rende chiaro. Le riforme che Draghi sollecita per Lisbona sono costituite principalmente da tagli a stipendi e pensioni. Come ciò sia un progresso, o come abbia reso l’economia portoghese ‘più resistente’, nessuno lo sa.

Resilienza non può significare che un sistema rende più facile che tu sia costretto a lasciare la tua casa per cercare lavoro, ma questo è esattamente ciò che Draghi chiede. Invece, la resilienza deve significare che è più facile per te trovare un lavoro adeguatamente ricompensato nel posto in cui vivi, preferibilmente producendo beni che servono alla tua società. Questo è ciò che renderebbe la società più in grado di resistere agli shock economici.

Eppure è l’esatto opposto di quello che Draghi ha in mente. Draghi afferma che [le riforme strutturali] “.. rendono le economie più resistenti agli shock economici facilitando la flessibilità di prezzi e salari e la rapida riallocazione delle risorse all’interno e tra i settori.”

Questo significa, ovviamente e semplicemente che, se così sta bene alle élite economiche che possiedono la ricchezza di una società, il tuo salario potrà essere più facilmente abbassato, i prezzi dei beni di prima necessità potranno essere fatti aumentare, e tu stesso potrai essere ‘rapidamente riallocato’ lontano da dove vivi, e in settori in cui potresti non voler lavorare e che non fanno nulla per migliorare la società.

Se tali tipi di modifiche all’assetto della tua società siano o meno desiderabili è manifestamente un tema politico e ideologico. Possono rendere più facile per le imprese aumentare i loro introiti, ma hanno un costo notevole per tutti gli altri.

Draghi cerca di spingere il programma neoliberista ancora oltre, ma questo è un programma decisamente politico, non è una questione tecnico-economica.

C’è stata una tavola rotonda il sabato in cui Draghi ha difeso i suoi sforamenti  nella politica, ed è stato richiamato sul punto:

Draghi e Fischer hanno rigettato l’idea che le banche centrali siano troppo politicizzate

Sabato il presidente della BCE ha detto chei suoi inviti erano adeguati in un’unione monetaria in cui le prospettive di crescita sono state gravemente danneggiate dalla resistenza dei governi alle riforme economiche. Draghi ha detto che è responsabilità della banca centrale dire la propria opinione se l’inazione dei governi sulle riforme strutturali crea divergenze di crescita e disoccupazione nella zona euro, che minano l’esistenza dell’area valutaria. “In un’unione monetaria non ci si può permettere di avere grandi e crescenti divergenze strutturali”, ha detto il presidente della Bce. “Tendono a diventare esplosive”.

Sostiene persino che è sua responsabilità fare commenti politici …..

La difesa di Draghi della banca centrale è arrivata dopo che Paul De Grauwe, un accademico della London School of Economics, ha messo in discussione le sue pressioni sulle riforme strutturali all’inizio della settimana. De Grauwe ha detto che una banca centrale che spinge i governi a prendere misure che rimuovono le tutele del lavoro espone i responsabili della politica monetaria a critiche sulla loro indipendenza nel fissare i tassi di interesse.
Il presidente della BCE [..] ha detto le banche centrali avevano sbagliato a tacere sulla deregolamentazione del settore finanziario. “Noi tutti vorremmo che i banchieri centrali avessero parlato di più quando la regolamentazione è stata smantellata prima della crisi”, ha detto Draghi. La mancanza di riforme strutturali starebbe avendo un impatto sulla crescita europea più debole di quella negli Stati Uniti, ha aggiunto.

De Grauwe ha ragione per metà nella sua critica, ma solo per metà. Non si tratta solo della questione dell’indipendenza nel fissare i tassi di interesse, si tratta della indipendenza, punto. Una banca centrale non può promuovere un’agenda ideologia mascherata come misure tecniche. È già abbastanza grave che lo facciano i partiti politici, o le aziende, ma per le banche centrali è un’area da cui astenersi assolutamente.

La pressione verso un’unione economica e monetaria più stretta in Europa è destinata a fallire perché non può essere fatta senza che ci sia contemporaneamente una più stretta unione politica. È la stessa cosa. Si tratta di rinunciare alla sovranità, di perdere il potere di decidere sul proprio paese, la società, l’economia, la propria vita. E i greci non vogliono le stesse cose dei tedeschi, né gli italiani vogliono diventare olandesi.

A causa della Grecia, molte nazioni europee si stanno sempre più rendendo conto che cosa una ‘stretta unione monetaria’ significherebbe, vale a dire che la Germania detterebbe sempre più legge in tutta Europa. Non importa quanti tecnocrati Bruxelles riesce a intrufolare nei paesi membri, non c’è modo che tutti siano d’accordo, e dovrebbe essere una decisione unanime.

Quindi queste osservazioni di Draghi precipitano la disgregazione dell’Europa, e sarebbe bene se più persone si rendessero conto di questo. Europa è un gruppo di amici solo durante le vacche grasse, e se non stanno tutti molto attenti, rischiano di non separarsi in modo pacifico. Il pericolo che tutto questo porti all’esatto contrario di ciò che l’UE avrebbe dovuto realizzare, è ben chiaro e presente.

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